Giorgio Federico Ghedini e l’Anima della SAT
Ci sono nodi della storia musicale in cui l’accademia colta e l’espressione più pura della tradizione arcaica si fondono in un’intesa perfetta, folgorante. Celebrare oggi il centenario del Coro della SAT significa non solo percorrere un secolo di insuperata eccellenza vocale, ma anche riscoprire quegli straordinari crinali storici in cui la maestria dei più grandi compositori del Novecento ha riconosciuto nel sodalizio trentino un interlocutore d’eccezione. Tra queste vicende, l’incontro con Giorgio Federico Ghedini incarna senza dubbio uno dei capitoli più alti, commoventi e storicamente densi.
Piemontese di Cuneo (nato nel 1892 e spentosi a Genova nel 1965), vincitore del prestigioso Premio Feltrinelli per la Musica nel 1963, Ghedini è stato una figura titanica della cultura musicale italiana. Compositore prolifico e didatta severissimo, ha guidato intere generazioni di talenti assoluti – tra i suoi allievi si annoverano Claudio e Marcello Abbado, Luciano Berio, Niccolò Castiglioni e Fiorenzo Carpi – e ha retto il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano dal 1951 al 1962. Il suo stile, radicato in un magistero contrappuntistico monumentale, traeva linfa dalla reinterpretazione personalissima del Rinascimento e del Barocco (da Monteverdi ai Gabrieli), cercando una sintesi formale in cui i valori puramente musicali si cementassero in una logica geometrica ed espressiva implacabile.
L’incontro tra Ghedini e il coro avvenne in una sera del maggio 1962, in occasione di un concerto tenuto dalla SAT nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, affollata all’inverosimile da un pubblico giovanile entusiasta. Il musicologo e critico Giovanni Carlo Ballola ci ha lasciato una testimonianza preziosa di quel momento:
«Ghedini, seduto proprio di fronte a noi, aveva seguito dalla prima all’ultima nota, con la più profonda attenzione, tutto il concerto del Coro della SAT: e avevamo visto l’autore di alcune tra le più perfette pagine corali della musica contemporanea trasalire e commuoversi all’altissimo livello tecnico e alla nobiltà stilistica ed espressiva di quelle interpretazioni, e applaudire alla fine di ogni pezzo con lo stesso calore ed entusiasmo del pubblico giovanile che affollava all’inverosimile la grande sala».
Quell’ascolto si trasformò in una vera e propria folgorazione intellettuale ed emotiva per un musicista abituato alla precisione assoluta della partitura. La conferma della profonda impressione suscitata da quella serata ci giunge da una lettera che Guglielmo Barblan, insigne docente del Conservatorio milanese, inviò a Silvio Pedrotti, storico direttore del Coro, all’indomani della scomparsa di Ghedini. Barblan ricorda di aver introdotto il Maestro all’ascolto conscio delle sue origini piemontesi, e dunque delle sue preesistenti familiarità coi cori alpini. Ma la SAT superava ogni categoria precostituita. La realtà gli apparve ben superiore a quello che si attendeva; soprattutto restò impressionato dal come i cantori trentini realizzavano le armonie, dalla cangiante colorazione degli accordi, dal costante e sapiente variare dei registri e dalla ricca mobilità ritmica.
Al termine del concerto, nell’incontro dietro le quinte, alla domanda di Barblan: «Maestro, perché non compone qualcosa per la SAT?», Ghedini rispose con un laconico ma intenso: «Voglio pensarci». Ci pensò la notte stessa, quasi febbricitante per lo stimolo creativo ricevuto, traducendo l’emozione in scrittura. Il mattino seguente tornò in Conservatorio e consegnò a Barblan due cori “risorgimentali” dicendo: «Li faccia avere agli amici di Trento, e dica pure che ci facciano tutte le modifiche che crederanno. Fatte da loro le accetterò sempre». Un attestato di stima immensa. I fecondi sviluppi che un incontro così promettente lasciava presagire furono purtroppo troncati dalla prematura scomparsa di Ghedini, avvenuta soli tre anni più tardi.
I due cori risorgimentali erano Rosa d’aprile – un adattamento su un antico stornello toscano scritto dal poeta Francesco Coppi, parte della ricca fiorita patriottica del ’48 e del ’59 – e Son morti per la patria. Quest’ultimo, registrato magistralmente dal Coro nel 1974, e poi di nuovo nel 2013, rimane un assoluto gioiello di architettura armonica. A cent’anni dalla fondazione del Coro, ricordare questo legame significa celebrare il momento in cui il rigore della grande avanguardia si è arreso, incantato, di fronte al soffio limpido e genuino della coralità alpina.
Testo realizzato da Luca Pergol, in Servizio Civile presso la Biblioteca della Montagna-SAT, con la supervisione di Riccardo Decarli.

Giorgio Federico Ghedini





