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Alta Via del Porfido

A T T E N Z I O N E
IL RIFUGIO TONINI ATTUALMENTE E’ CHIUSO

L’Alta Via del Porfido si snoda nella porzione più occidentale della Catena del Lagorai, un ambito montano di straordinario interesse naturalistico e culturale. E’ un itinerario “ad anello” che si articola in 4 tappe giornaliere attraverso le quali si ha modo di visitare i monti dell’alta Valle dei Mocheni e di affacciarsi anche sull’Altopiano di Pinè e la Val di Cembra, sulla Val Calamento e la Valsugana. Un giro d’orizzonte sempre amplissimo che abbraccia gran parte del Trentino. Lo si propone a partire da Palù del Fersina con posti tappa al rifugio Sprugio “Giovanni Tonini”, al rifugio Sette Selle e al rifugio Erterle. Non presenta difficoltà tecniche ma richiede un minimo di allenamento considerando che le tappe vanno da 3-4 ore a 7-8 ore.

Il percorso è proposto nelle seguenti quattro tappe. I tempi indicati sono di cammino effettivo. I tempi per le soste che ognuno decide di fare vanno quindi aggiunti.

Tappe Descrizione Tappe quota
min/max
distanze km disl + disl – tempi effettivi h.min
1 Da Palù del Fersina al rifugio Sprugio “G.Tonini” 1350-906 8,38 800 250 3.30
2 Dal rifugio Sprugio “G.Tonini” al rif. Sette Selle 1906-288 6,42 650 600 3.30
3 Dal rifugio Sette Selle al rif. Erterle 1418-327 15,69 750 1300 6.20
4 Dal rifugio Erterle a Palù del Fersina 1350-383 15,23 1300 1350 7.10
totali 45,72 3500 3500 20.30

Da Palù del Fersina al rifugio Sprugio “G.Tonini”
Interessante e storico collegamento tra l’alta Val dei Mocheni e le malghe del versante pinetano, attraverso il Passo Polpen

Località Sentiero Quota Lunghezza Ore andata Ore ritorno
Palù del Fersina – fraz. Lenzi 462 1350 0 0:00 0:20
Maso Stelder 462 1470 1300 0:25 0:15
bivio Strada Forestale 462 1575 483 0:20 0:40
Passo Polpen 462 1939 1720 1:00 0:45
Malga Stramaiolo Alta 462 1733 1720 0:35 0:10
Stramaiolo 462 1700 590 0:10 0:15
Passo del Campivel (o Crosarol) 443 1831 820 0:20 0:35
Rifugio Sprugio “Giovanni Tonini” 443 1906 1750 0:40 0:00
8.383 3:30 3:00

Dal rifugio Sprugio “G.Tonini” al rif. Sette Selle
Traversata molto panoramica sulle creste tra l’Altopiano di Piné, Val dei Mocheni e Val Calamento

Località Sentiero Quota Lunghezza Ore andata Ore ritorno
Rifugio Sprugio “Giovanni Tonini” 340 1906 0 0:00 0:30
Costone Pala di Sprugio 340 2135 700 0:40 0:30
Busona di Val Mattio 340 2160 1200 0:30 0:15
Passo di Val Mattio (bivio variante M.Croce) 340 2288 380 0:20 0:15
Passo Cagnon di sopra 340 2121 1130 0:20 0:15
Monte Conca – spalla Ovest 340 2217 570 0:20 0:55
Passo Palù (o di Calamento) 340 2071 1400 0:40 0:10
Passo dei Garofani 340 2158 320 0:15 0:40
Rifugio Sette Selle 340 1978 720 0:25 0:00
6.420 3:30 3:30

SECONDA TAPPA CON VARIANTE ALPINISTICA AL MONTE CROCE

Località Sentiero Quota Lunghezza Ore andata Ore ritorno
Rifugio Sprugio “Giovanni Tonini” 340 1906 0 0:00 0:30
Costone Pala di Sprugio 340 2135 700 0:40 0:30
Busona di Val Mattio 340 2160 1200 0:30 0:35
Passo Scalet 340 2288 1730 0:45 0:35
Monte Croce 340 2490 1130 0:45 0:45
Passo Scalet 340 2217 570 0:35 0:20
Busa di Fregasoga 340 2069 430 0:10 0:30
Passo Cagnon di sopra 340 2121 1350 0:35 0:15
Monte Conca – Spalla Ovest 340 2217 570 0:20 0:50
Passo Palù (o di Calamento) 340 2071 1400 0:40 0:10
Passo dei Garofani 340 2158 320 0:15 0:40
Rifugio Sette Selle 340 1978 720 0:25 0:00
10.120 5:40 5:40

Dal rifugio Sette Selle al rif. Erterle
Lungo percorso estremamente panoramico sulle creste che chiudono ad est la Valle dei Mocheni, con discesa conclusiva nella suggestiva conca prtiva di Cinquevalli

Località Sentiero Quota Lunghezza Ore andata Ore ritorno
Rifugio Sette Selle 343 1978 0 0:00 0:25
Vers. Nord Cima Sette Selle 343 2205 930 0:40 0:50
pr. Forcella di Sasso Rotto 343 2250 1160 0:50 0:20
Forc. delle Conelle/Sensattel 343 2198 620 0:20 0:50
pr. Montedel Lago 343 2310 1660 0:55 0:20
Passo del Lago 343 2213 700 0:15 0:40
Sette Laghi 323 1968 1340 0:30 0:40
Busa (o buse di Casapinello) 323 1833 1480 0:30 0:30
Lago delle Carezze 323 1764 1525 0:25 0:25
Malga Trenca 323 1669 1010 0:20 0:15
Quota 1580 323 1580 570 0:10 0:05
Rifugio Serot 323 1566 200 0:05 0:20
Pozze 372B 1431 1070 0:15 0:30
Quota 1580 372B 1580 2010 0:40 0:25
Castello 372B 1421 1010 0:15 0:20
Rifugio Erterle 372B 1418 410 0:10 0:00
15.695 6.20 7.00

Dal rifugio Erterle a Palù del Fersina
Percorso estremamente panoramico sulle creste del Monte Gronlait e del Monte Fravort, con passaggio al Lago d’Erdemolo e discesa in alta Val dei Mocheni

Località Sentiero Quota Lunghezza Ore andata Ore ritorno
Rifugio Erterle 372B 1418 0 0:00 0:35
Malga Masi 372B 1712 1750 0:50 0:15
La Bassa (bivio variante per Val Portela) 372B 1830 650 0:20 1:00
Monte Fravort 325 2347 2560 1:20 0:30
Forcella Fravort-Kesseljoch 325 2155 710 0:20 0:40
Monte Gronlait (o Monte Laiton) 325 2383 1700 0:50 0:40
Passo della Portela 325 2152 700 0:30 1:00
Passo del Lago 325 2213 1870 1:00 0:40
Lago di Erdemolo 325 2024 870 0:30 0:55
pr. Maso Lenzi 325 1662 1650 0:40 0:50
pr. Understoll 325A 1435 1720 0:35 0:20
Palù del Fersina fraz- Lenzi AVP 1350 1050 0:15 0:00
15.230 7:10 7:15

Dal rifugio Erterle a Palù del Fersina
Percorso estremamente panoramico sulle creste del Monte Gronlait e del Monte Fravort, con passaggio al Lago d’Erdemolo e discesa in alta Val dei Mocheni

Località Sentiero Quota Lunghezza Ore andata Ore ritorno
Rifugio Erterle 372B 1418 0 0:00 0:35
Malga Masi 372B 1712 1750 0:50 0:15
La Bassa 372B 1830 650 0:20 0:40
Polon 372 1748 2210 0:35 0:50
Malga Prese 371 1693 3010 0:45 1:00
Passo della Portela 325 2152 2450 1:20 1:00
Passo del Lago 325 2213 1870 1:00 0:40
Lago di Erdemolo 325 2024 870 0:30 0:55
pr. Maso Lenzi 325 1662 1650 0:40 0:50
pr. Understoll 325A 1435 1720 0:35 0:20
Palù del Fersina fraz- Lenzi AVP 1350 1050 0:15 0:00
17.230 7:00 7:05

SORGENTI DI INFORMAZIONE

Il porfido si è formato 280-270 milioni di anni fa ed è una roccia di tipo vulcanico, originata dal raffreddamento di materiali incandescenti provenienti dal mantello. Questi materiali, per alcuni milioni di anni, risalirono attraverso le fratture della crosta terrestre e fuoriuscirono sotto forma di colate di lava ma soprattutto di enormi “nubi ardenti”, cioè esplosioni di nuvole ricche di gas e roccia fusa. Con il raffreddamento, si originò così la “Piattaforma porfirica atesina”, che con i suoi 6000 kmq di superficie e 2000 m di spessore è il più grande giacimento di roccia vulcanica delle Alpi.

Il porfido è composto per la maggior parte da una pasta vetrosa che ingloba cristalli di feldspato, quarzo e mica. I cristalli sono solitamente molto piccoli, perché il rapido raffreddamento del magma non ne ha consentito la crescita. La roccia è estremamente dura e resistente. Si sfalda con una certa facilità in lastre solo lungo i piani di debolezza, di regola disposti verticalmente, causati dal brusco raffreddamento del magma.

L’allevamento e la pastorizia sono state attività di fondamentale importanza economica per le comunità di montagna ed hanno avuto – e tutt’ora mantengono – una profonda influenza sul modo di vita e sulla cultura locali. Hanno inoltre contribuito significativamente a “modellare” il paesaggio, grazie alla creazione dei prati, dei pascoli e del sistema delle malghe. Tutte le zone attraversate dall’Alta Via del Porfido posseggono una radicata tradizione di allevamento e pastorizia. I vasti pascoli di alta quota, con la loro erba abbondante e nutriente, da molti secoli sono i luoghi dove, in estate, vengono portate le greggi e le mandrie all’alpeggio. Nelle sue fasi iniziali, e per molto tempo, di gran lunga prevalente è stato l’allevamento delle pecore, per il latte ma soprattutto per la carne e per la lana; solo nell’800 c’è stato il “sorpasso”, in termini di numero di capi, da parte dei bovini, molto più delicati ed esigenti ma anche più produttivi. L’alpeggio con i bovini ha reso necessaria una più efficiente organizzazione del lavoro e ha determinato la nascita delle malghe così come oggi le conosciamo, con la stalla e la casera per la trasformazione del latte in burro, formaggio e ricotta.

Le valli del Lagorai sono ammantate da vastissimi boschi, che costituiscono una delle ragioni della rilevante importanza naturalistica di questa catena montuosa. Sul versante meridionale della Catena, dove il clima è di tipo oceanico, oltre all’abete rosso sono assai diffusi il faggio e l’abete bianco, mentre sul versante di Fiemme, a clima continentale, l’abete rosso domina incontrastato. Nei boschi posti alle quote più elevate, da 1800 a 2200 m, l’abete rosso viene sostituito dal larice e dal pino cembro, due alberi straordinariamente resistenti alla morsa del freddo e capaci di crescere su suoli poveri e rocciosi. Si tratta di boschi radi, con alberi ben spaziati tra loro; sul terreno inondato dalla luce si sviluppa un ricco sottobosco formato da rododendri, mirtilli e numerosi tipi di erbe.

I boschi di larice e pino cembro sono un habitat molto favorevole per la fauna. Vengono frequentati assiduamente dalla lepre alpina, dal capriolo, dal cervo e anche dal camoscio. Ospitano varie specie tipiche dell’avifauna, come il rampichino alpestre, l’organetto e la tordela. Nel fitto dei cespugli può trovare rifugio il fagiano di monte. La nocciolaia, chiassoso corvide, è particolarmente legata al pino cembro: si nutre dei pinoli contenuti nelle pigne e provvede alla loro disseminazione.

Il “paesaggio del porfido”, tipico della Catena del Lagorai, è molto particolare e del tutto diverso dai paesaggi dei complessi montuosi circostanti. L’eccezionale durezza del porfido, poco attaccabile dalla forza degli agenti atmosferici, ha conferito alla sommità dei monti un aspetto aspro, con lunghe creste affilate. Le spaccature in senso verticale della roccia, dovute al rapido raffreddamento del magma che l’ha originata, danno frequentemente vita a pareti perpendicolari fessurate, molto suggestive anche se non particolarmente imponenti. Alla base delle pareti rocciose, nudi o colonizzate dai rododendri, sono presenti imponenti colate di sfasciumi detritici, derivanti dal disfacimento della roccia soprastante. Si tratta di grossi sassi, massi e talora macigni che danno alla colata detritica un aspetto molto diverso rispetto ai ghiaioni dei monti calcarei e dolomitici, composti da materiali molto più fini.

Il porfido è impermeabile: per questo i monti sono ricchissimi di laghetti, torbiere, ruscelli: una caratteristica ambientale di grande rilievo.

Il porfido conferisce alle cime nude dei monti una delicata tinta rossastra o violacea, che a seconda delle condizioni di luce può dare al paesaggio un tono caldo oppure freddo, ma lo mantiene sempre inconfondibile.

Lungo i sentieri dell’Alta Via del Porfido si incontrano molteplici tracce della Prima guerra mondiale, sotto forma di trincee, resti di baraccamenti, reticolati, munizioni e oggetti in uso ai soldati.

Quando nel maggio 1915 l’Italia entrò in guerra contro l’Austria, quest’ultima non disponeva di forze sufficienti per difendere la linea di confine nel Trentino orientale. Gli Austro-ungarici abbandonarono così la Valsugana orientale e il Tesino e si attestarono sulla linea che coincide con il crinale principale della catena dei Lagorai, tra la Panarotta e il Passo Rolle. Gli italiani poterono in questo modo penetrare lungo la valle del Brenta e sui rilievi del massiccio di Cima D’Asta-Rava-Tolvà. Nell’inverno del 1915 si verificarono alcune azioni italiane di poco conto sulla Panarotta, sui monti di Roncegno e in Val Calamento; nel maggio del 1916 l’offensiva austriaca (Strafexpedition) costrinse però gli italiani a ripiegare sui rilievi ad oriente del Torrente Maso. Nella seconda metà del 1916 gli italiani attaccarono nel Lagorai centrale, occupando il Monte Cauriol e altre cime; più a est il conflitto fu aspro nella zona del Colbricon. Ma queste battaglie non modificarono la situazione di stallo garantita dalla solidità delle posizioni austriache, che si protrasse per tutto il 1917. Nel novembre 1917, a causa della rotta di Caporetto, gli italiani ripiegarono verso il Monte Grappa, trasformando la Valsugana in una retrovia di riposo e riorganizzazione per le forze austriache impegnate tra il Grappa, la Val Brenta e gli Altipiani.

Le aree rocciose poste sulla sommità dei monti sono per le piante ambienti di vita “estremi”. Il problema maggiore è legato al clima: in alta montagna la “stagione vegetativa”, cioè il periodo in cui le temperature sono sufficienti a svolgere le funzioni vitali, è drasticamente ridotta e talvolta dura solo poche settimane. Abbondano le precipitazioni, spesso nevose; le escursioni termiche giornaliere sono notevoli; le piante non possono sfuggire al vento e alle penetranti radiazioni ultraviolette tipiche del sole di montagna. La scarsità di terreno crea situazioni di carenza di humus ma soprattutto di aridità. Per sopravvivere e riprodursi, molte piante di questi ambienti sono dotate di interessanti adattamenti: radici lunghissime e robuste; foglie impermeabili o coperte da peluria riflettente; forma del corpo “a tappeto” o “a piccolo cuscino” per ridurre il più possibile l’esposizione agli agenti atmosferici.

Sulle creste del Lagorai, esempi di adattamenti all’alta montagna si osservano in alcune piante splendide e caratteristiche: la Saponaria pumila, l’Androsace di vandelli, il Senecio della Carnia.

I pascoli di alta montagna sono tra gli ambienti più caratteristici delle Alpi: importantissimi componenti del paesaggio e fondamentali elementi del mosaico ambientale. Le praterie poste alle quote maggiori sono ambienti erbacei “spontanei”, mentre più in basso i pascoli sono stati diffusamente ricavati dall’uomo nel corso dei secoli tramite il disboscamento, in modo da ampliare le aree pascolabili. Un po’ ovunque, l’abbandono o la riduzione dell’attività di alpeggio sta portando ad un ritorno del bosco sui pascoli di bassa quota. Questi ambienti ospitano innumerevoli specie di piante erbacee, diffuse in rapporto ad altitudine, tipo di terreno e la sua umidità, durata dell’innevamento e non ultimo presenza o meno di bestiame pascolante. La flora dei pascoli del Lagorai è molto varia e comprende anche specie rare e localizzate.

Sui pascoli del Lagorai è facile osservare in volo il gheppio e l’aquila reale, uccelli rapaci tipici degli spazi aperti, altri uccelli comuni sono il gracchio alpino, il codirosso spazzacamino, il culbianco e lo spioncello. Tra i mammiferi, oltre ai topi campagnoli, molto comuni sono la lepre alpina e la marmotta.

La presenza delle miniere e delle attività minerarie nel territorio dell’attuale comune di Roncegno Terme è documentata fino dal XII sec; sulle pendici del Monte Fravort sono presenti parecchi imbocchi minerari abbandonati e siti di forni fusori con abbondanti scorie di fusione. L’area mineraria di Cinquevalli è collocata su entrambi i versanti della valletta scavata dal Torrente Argento, che prende proprio il nome da uno dei minerali estratti, a quote comprese tra 1480 e 1625 m.

I filoni di interesse minerario sono situati nelle filladi del basamento cristallino, rocce diffuse nella parte bassa del versante sud del Lagorai. Si tratta di rocce metamorfiche antichissime, resti dei monti presenti prima della nascita delle Alpi. Nel Medioevo, nelle miniere di Cinquevalli si estrasse argento e soprattutto rame. Nel secolo scorso, fino al termine dell’attività che avvenne nel 1940, il giacimento fu sfruttato tramite quattro gallerie per uno sviluppo complessivo di 1100 metri. Vi si estraevano la sfalerite (minerale ricco di zinco), la galena (solfuro di piombo) e il rame. Negli ultimi anni di attività e per un breve periodo, in una galleria scavata a poca distanza dal giacimento principale, venne estratta la fluorite. Oggi le miniere di Cinquevalli sono chiuse ed è molto pericoloso entrare nelle gallerie; sono però meta di studiosi autorizzati alla ricerca, che negli ultimi anni hanno rinvenuto un gran numero di minerali rari e di notevole interesse scientifico.

Nel corso del passato, a partire dalle prime remote frequentazioni del territorio da parte dei cacciatori del Mesolitico, il complesso delle attività umane sul territorio della montagna ne ha continuamente e profondamente modificato il paesaggio e l’assetto ambientale. Basti solo pensare alla creazione degli ambienti di origine antropica legati all’allevamento e alla pastorizia, quali i prati, le malghe, i pascoli. Anche oggi la montagna cambia, e forse più velocemente di un tempo. I grandi mutamenti socioeconomici degli ultimi decenni hanno portato ad una perdita di importanza economica dell’allevamento, per cui su vaste superfici un tempo occupate da prati e pascoli sta ritornando, o è già ritornato, il bosco. Questo fenomeno procede a ritmi particolarmente rapidi in alta montagna, favorito dal riscaldamento del clima, che spinge verso l’alto il limite superiore del bosco. La conservazione degli ambienti aperti e di tutta la loro straordinaria ricchezza floro-faunistica è quindi minacciata. Con i cambiamenti climatici, ghiacciai e nevai sono in gran parte scomparsi e anche i piccoli laghetti alpini, come quelli del Lagorai, si trovano sempre più frequentemente in situazioni di deficit idrico.

Il paesaggio e gli habitat di montagna stanno quindi trasformandosi velocemente; ciò rappresenta una grande sfida per chi si pone l’obiettivo di conservarne gli straordinari valori culturali, storici e naturalistici.

Il legno del bosco ha costituito fin da tempi remoti una risorsa economica essenziale e oggi, grazie alle nuove tecnologia, il legno sta vivendo un “periodo di splendore”. Nella moderna edilizia sempre più edifici vengono realizzati con questo materiale naturale. Il legno è leggero, elastico, antisismico; la casa di legno è protetta dal freddo, dal caldo e dai rumori. Inoltre, le moderne caldaie e stufe a legna, pellet o cippato hanno una grande resa termica e grazie ai filtri trattengono i fumi e le polveri sottili. Riscaldare in questo modo è molto “ecologico”, perché il legno è una fonte energetica che si rinnova di continuo. Inoltre questo combustibile può arrivare dai boschi vicini quasi “a chilometri zero”.

Ancora oggi, come in passato, il bosco può essere protagonista della vita economica e culturale delle comunità locali.

Il bosco viene gestito secondo i principi della selvicoltura naturalistica. Ciò significa che il bosco non è visto solo come fornitore di legname, ma anche come ambiente necessario a proteggere dalle frane, dalle alluvioni e dalle valanghe; habitat insostituibile per piante e animali, ambito fondamentale per il benessere dell’uomo. Per questo la gestione del bosco deve puntare a preservare al massimo la biodiversità e la selvicoltura deve essere sostenibile nel tempo, indefinitivamente.

Info & Download

Informazioni sul sentiero e file .gpx da scaricare.

L’Alta Via del Porfido è curata dalla SAT attraverso i volontari delle sezioni SAT di Pergine Valsugana, Piné e Borgo Valsugana per le rispettive parti di competenza.
La via è completamente contrassegnata dai simboli a vernice BIANCHI e ROSSI che accompagnano il cammino e dalle tabelle direzionali con la sigla “AVP”.

Ogni persona, nell’azione del camminare, può assumere tempi e lunghezza del passo differenti, talché ognuno sviluppa un proprio ritmo ed in base a tale ritmo una determinata lunghezza può essere percorsa in tempi differenti.
Tanto premesso, si precisa che la prassi escursionistica CAI propone la sottosegnata tempistica standard di cammino: in un’ora di cammino, un escursionista mediamente allenato, percorre circa:

– km 3,5 / 4,0 su itinerario pianeggiante (→);
– m 300/350 di dislivello su itinerario in salita (↑);
– m 500 di dislivello su itinerario in discesa (↓

I POSTI TAPPA

RIFUGIO TONINI
ATTUALMENTE CHIUSO


RIFUGIO SETTE SELLE SAT
Posti letto: 24
Quota: 1978 m
Contatti: 347 1594929 – 0461 550101
rifugiosetteselle@g.mail.com
www.setteselle.altervista.org


RIFUGIO ERTERLE – Ass. Montagna Solidale
Posti letto: 24
Quota: 1418 m
Contatti: 333 9351482
rifugioerterle@gmail.com
www.rifugioerterle.it

Per escursioni all’inizio o a fine stagione estiva, accertarsi dell’effettiva apertura dei rifugi

Avvertenze
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