MASSIMO MILA E IL “CONSERVATORIO DELLE ALPI”

Nel celebrare i suoi primi cent’anni, il Coro della SAT non può prescindere dal ricordo e dall’omaggio a una figura che ne ha saputo cogliere l’essenza piú profonda e spirituale: Massimo Mila (Torino, 1910 – 1988), musicologo, critico musicale, intellettuale, traduttore e, non da ultimo, appassionato alpinista.

Accademico del CAI e convinto antifascista, incarnò l’intellettuale completo, per il quale cultura e impegno civile erano inseparabili. Bastano poche righe, scritte per commemorare la figura di Guido Rossa, per comprendere la sua fermezza ed integrità:

«Bel modo davvero di sragionare, un operaio non denuncia un altro operaio, un banchiere non denuncia un altro banchiere, un industriale non denuncia un altro industriale, cane non mangia cane, lupo non morde lupo. Questa teoria ha in Italia un nome ben preciso, e purtroppo una lunga e dolorosa storia, e si chiama camorra, si chiama spirito di corpo, si chiama spirito di associazione, ma in qualunque maniera la si voglia chiamare è camorra. Cioè la copertura di delitti, attraverso uno stravolgimento patologico della solidarietà. Sia ben chiaro. È il famoso motto del patriottismo inglese Right or Wrong, is my Country. E no! non ci stiamo a teorie di questo genere e sia ben chiaro non c’è patria che tenga, non c’è spirito di corpo, non c’è spirito di classe che tengano contro i valori della verità e della giustizia.»

La sua determinazione nel difendere questi principi gli costò, venticinquenne, una condanna a 7 anni di reclusione, poi ridotti a 5, un periodo in cui si cimentò in intense letture e traduzioni. Ed è proprio dal carcere ch’emerge, con la massima chiarezza, la scala di valori di quest’uomo, in una toccante lettera indirizzata alla madre. Di fronte alle preoccupazioni materne per le mancate occasioni di assistere a concerti e spettacoli, Mila risponde:

«Delle migliaia di concerti che ho dovuto sentire, ce ne sarà sí e no qualche dozzina che ho sentito volentieri e con piacere. Quindi tranquillizzati per questo e levati dalla testa che io senta in qualche modo la mancanza di musica, teatri e cinematografi: almeno finché posso aver dei libri, cosa vuoi che m’importi, mentre leggo un dialogo di Platone o una pagina d’Alfieri, di non sentire l’ultima pisciatina di qualche compositore contemporaneo, oppure la millesima cattiva esecuzione d’una sinfonia di Beethoven che so a memoria? Non sono queste le sofferenze della galera: le uniche cose di cui sento la mancanza sono voi e la montagna.»

Queste parole, seppur caratterizzate da un tono consolatorio e rassicurante, svelano la vera essenza di Mila: un uomo la cui gioia piú grande risiedeva negli affetti e nella maestosa semplicità delle sue amate montagne. Ed è in questa irrinunciabile purezza d’animo che affondava le radici la sua vita, tessuta da “due fili”, come amava definirli: la vocazione alla cultura e l’amore dell’avventura alpina. Lungi dal rappresentare una scissione, questa duplice inclinazione era espressione di una profonda ed irriducibile unità dello spirito. L’esperienza della montagna, vissuta con l’intensità dell’alpinista e la riflessione dell’in­tellettuale, si fondeva con la sensibilità del critico musicale. Per Mila, l’alpinismo non era sport fine a se stesso, né tanto meno amor mortis o cupio dissolvi, influenze tipicamente romantiche, ma la piú alta e completa forma di conoscenza, dove l’uomo si fa pari a Dio. Nei suoi Scritti di montagna teorizzò una filosofia dell’ascesa che andava oltre la mera conquista della vetta: l’alpinismo era una forma di esplorazione interiore e del mondo, che richiedeva coraggio, onestà, lucidità e una severa preparazione etica prima che fisica. L’am­biente alpino, per la sua bellezza aspra e maestosa, era il palcoscenico di quest’arte sublime, dove l’uomo si misurava coi propri limiti e, allo stesso tempo, con l’infinito.

Il legame tra Mila e la SAT, specialmente col suo celebre Coro, travalica la semplice ammirazione, elevandosi ad una vera e propria dichiarazione d’amore per la musica e per l’espressione piú autentica dell’ anima alpina: «Non ci sono confini alla bravura del Coro della SAT, – scrive Mila – se volesse potrebbe cimentarsi con la grande polifonia classica». Fu proprio Mila a coniare la definizione di “Conservatorio delle Alpi”, riconoscendogli non solo un’eccezionale qualità esecutiva, ma anche il ruolo fondamentale di custode e conservatore di un patrimonio musicale popolare inestimabile.

«Se Brahms avesse potuto ascoltare il Coro della SAT lo avrebbe aggiunto nel numero delle gioie artistiche che gli dava l’Italia». Questa citazione, spesso richiamata, riassume la stima di un critico raffinato che non vedeva nel canto alpino un mero folclore, ma una forma d’arte compiuta. L’armonia e l’impa­sto delle loro voci erano per lui la manifestazione di una vitalità intrinseca all’am­biente montano, il che lo portava a chiudere lapidariamente ogni discussione sulla presunta “purezza” dei canti in questi termini: «Tra una canzone cantata dalla SAT e la lezione folkloristicamente “pura” di quella medesima canzone, c’è la stessa differenza tra una bella farfalla viva sui prati del Pordoi e la stessa farfalla morta, infilzata nell’album di un entomologo».

Testo realizzato da Luca Pergol, in Servizio Civile presso la Biblioteca della Montagna-SAT, con la supervisione di Riccardo Decarli.

Tutte le fotografie fanno parte di I due fili della mia esistenza, Massimo Mila, Club Alpino Italiano, Milano 2018