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Rifugio Spruggio “Giovanni Tonini”

Nell’alta Val Spruggio, il rifugio Tonini venne costruito nel 1972 ristrutturando la malga Spruggio alta. L’opera fu resa possibile grazie al contributo determinante della famiglia Tonini ed stato dedicato a Giovanni Tonini, insigne ingegnere, pittore ed alpinista. Il rifugio è stato inaugurato il 10 settembre 1972 e consegnato alla Sezione SAT di Pinè.

Il rifugio Tonini si trova sulla prima variante “alpinistica” del tratto trentino del Sentiero Europeo n. 5 (E5) che entra nel territorio della Provincia di Trento nei dintorni di Cauria in Val di Cembra. La variante alpinistica ha inizio a Regnana; dal rifugio lE5, si inerpica sul costone settentrionale del Monte Ruioch 2415 m., raggiunge il Passo di Val Mattio 2308, Passo Cagnon di Sopra 2121 tocca il rifugio Sette Selle nell’Alta Val Laner e prosegue sulle creste che dominano l’Alta Val dei Mocheni fino al Passo del Lago 2213 m. dove si ricongiunge con il percorso normale che proviene dal tratto Passo del Redebus – Palù del Fersina.

Nell’alta Val Spruggio, il Rifugio Tonini nacque nel 1972 dalla ristrutturazione della Malga Spruggio Alta. L’opera fu possibile grazie al contributo della famiglia Tonini, e per questo il Rifugio venne dedicato a Giovanni Tonini, ingegnere, pittore e alpinista. Fu inaugurato il 10 settembre 1972 e consegnato alla Sezione SAT di Piné. Purtroppo nel dicembre 2016 un violento incendio ha raso al suolo l’edificio, che risulta tuttora inagibile. La volontà della SAT e della Sezione di Piné è quella di ricostruire il rifugio. Per questo la SAT si attivò immediatamente per progettare un nuovo edificio. Completato il progetto e ottenute le necessarie autorizzazioni da tutte le autorità competenti, presentò presso il Comune di Baselga di Piné la richiesta a costruire. Solo in quel momento emerse un problema fin lì rimasto sconosciuto anche allo stesso Comune: l’edificio non era catalogato come “rifugio” ma come “malga” e questo nonostante già dal 1972 la vecchia malga fosse stata trasformata in rifugio. Anche ristrutturazioni successive, ultima quella del 2011, non evidenziarono il problema.

Nel dicembre 2023 SAT e il Comune di Baselga di Piné hanno sottoscritto un accordo per la ricostruzione del Rifugio Tonini. Presso la Casa della SAT è stato firmato l’accordo per arrivare alla sua ricostruzione, negli intenti delle parti “nel tempo più rapido possibile”, mediante un concorso di progettazione trovando così – con il Comune di Baselga di Piné – una modalità condivisa per operare insieme e per ricostruire un edificio che sappiamo essere stato, ed è tuttora, nella memoria identitaria dei trentini. Un impegno perseguito senza sosta che ha portato nel febbraio 2024 alla nomina del coordinatore di concorso, nella primavera 2025 alla pubblicazione del bando di concorso di progettazione, fino all’attesa proclamazione del vincitore nel gennaio 2026.

Come previsto dall’accordo sottoscritto tra SAT e il Comune di Baselga di Piné, il bando poneva particolare attenzione su criteri progettuali da seguire nella stesura della proposta di progetto, per ottenere la deroga urbanistica. Pur ammettendo una rivisitazione dell’architettura in chiave più contemporanea, l’invito è stato quello di mantenere:

  • la tipicità dell’edilizia rurale costituita dalle baite di alpeggio, privilegiando interventi rivolti alla conservazione o al ripristino dell’organizzazione del complesso edilizio ed alla valorizzazione dei caratteri stilistici, formali, tipologici e strutturali originari con particolare riferimento allo stallone di Malga Spruggio alta, posto poco a monte del rifugio e ciò al fine di rendere armonico il rapporto tra i due manufatti;
  • Minimizzare l’impatto ambientale globale attraverso una volumetria compatta, che riorganizzi le varie strutture quali volumi tecnici, depositi, stazione teleferica etc. ed eliminando superfetazioni e corpi aggiunti;
  • Pur consentendo di riorganizzare gli spazi, evitare ulteriore consumo di suolo cercando di mantenere quanto più possibile la medesima superficie;
  • Per ridurre l’impatto paesaggistico mantenere il numero di piani esistenti, valutando anche la realizzazione di piani interrati o strutture ipogee;
  • Prediligere copertura a due falde orientata con il colmo parallelo alla linea di colmo di Malga Spruggio Alta.

La scelta di un concorso di progettazione permette una più ampia messa in concorrenza di idee e proposte progettuali, che consente anche di condividere un percorso trasparente e visibile a tutti.

La Commissione che ha decretato il vincitore è costituita dai rappresentanti designati di ogni ente coinvolto: Alessio Trentini (Società degli Alpinisti Tridentini); arch. Andrea Piccioni (Provincia autonoma di Trento, arch. Giuseppe Zeni (Comune di Baselga di Piné), prof. arch. Franco Tagliabue (Ordine degli Architetti della Provincia di Trento) e successivamente nominato presidente della giuria; e dall’ingegner Claudio Sartori (Ordine degli Ingegneri della Provincia di Trento). Coordinatore del concorso l’arch. Tiziano Chiogna.

1° Classificato

Arch. Rigon Francesco (Capogruppo)
Arch. Margherita Simonetti
Arch. Brutto Filippo
Ing. Federico Saccarola
Per. Ind. Andrea Giangiulio
Arch. Claretta Mazzonetto

Arch. Rigon Francesco (Capogruppo)
Arch. Margherita Simonetti
Arch. Brutto Filippo
Ing. Federico Saccarola
Per.  Ind. Andrea Giangiulio
Arch. Claretta Mazzonetto 

 

ABSTRACT RELAZIONE TECNICA
Le uniche preesistenze del sito, tra cui le tracce del vecchio rifugio, diventano il punto di partenza per l’organizzazione formale, le proporzioni e il linguaggio materico del nuovo edificio. La localizzazione del nuovo rifugio ricalca il sedime dell’edificio originario, proponendo una leggera variazione nell’orientamento al fine di stabilire un parallelismo con la malga Spruggio a monte, che concorre a mettere a sistema i due edifici e a farli emergere nel paesaggio come fossero parte di un’unica struttura composta da due corpi di fabbrica analoghi. Anche attraverso questa forte corrispondenza tra i due edifici l’obiettivo del progetto è quello di far riemergere, prima di tutto, il carattere frugale e l’approccio delicato verso il paesaggio che il Tonini ha sempre avuto nella sua storia: un gesto architettonico discreto e preciso, che si radica nel paesaggio con la stessa sobrietà e fermezza delle vecchie strutture d’alpeggio. La memoria del luogo, la qualità dell’architettura, la sostenibilità del costruire e il rispetto per la montagna ne costituiscono la grammatica progettuale. È un ritorno alla montagna autentica, silenziosa e resistente. Il progetto rinuncia così, consapevolmente, alla spettacolarizzazione dell’architettura e predilige un approccio che si inserisce nella tradizione del regionalismo critico. L’obiettivo vuole essere infatti quello di far riscoprire al visitatore, attraverso il nuovo edificio, la singolarità di un luogo così speciale e remoto, nella speranza che questa architettura sia in grado di innescare una riflessione sulla necessità di ritrovare un equilibrio nelle dinamiche turistiche e di frequentazione della montagna e sul carattere specifico del rifugio alpino. Il progetto intende poi riflettere sulle modalità attraverso cui l’edificio possa offrire al visitatore un determinato punto di vista sul paesaggio. Nella consapevolezza che oggi sia necessario ritrovare lo stupore nella contemplazione di uno scenario naturale, il progetto vuole indurre il visitatore a cercare questo sguardo e a far sentire il privilegio che si può avere nel momento in cui lo si trova. I piccoli “occhi” che dalle camere si aprono sulla vallata ne sono un esempio: dotati di scuri pitturati di bianco e azzurro che si alzano e si abbassano, come palpebre, scorrendo sui listelli di facciata e trasformano il semplice atto di affacciarsi da una finestra in un evento in grado di far riflettere sul nostro rapporto con il paesaggio. In maniera analoga le aperture vetrate al piano terra sono sempre intervallate dai listelli in legno che definiscono il ritmo della facciata, mettendo in gioco un filtro e una mediazione nel rapporto visivo con l’esterno. L’edificio, pur offrendo dalla sala ampie visuali sull’altopiano di Pinè, mantiene così dall’esterno un carattere più legato all’architettura rurale alpina che ai caratteri dei contemporanei edifici per l’ospitalità.

 

* Estratto della relazione presentata dai concorrenti

2° Classificato

Arch. Alvise Rittà-Ziliotto (Capogruppo)

Arch. Elisa Monaci
Ing. Alberto Perli
Ing. Federico Rampazzo
Arch. Aljosa Marcovic

2° 

Arch. Alvise Rittà-Ziliotto (Capogruppo)
Arch. Elisa Monaci
Ing. Alberto Perli
Ing. Federico Rampazzo
Arch. Aljosa Marcovic 

 

ABSTRACT RELAZIONE TECNICA
Il rifugio è un’arca allungata e incastrata nel paesaggio, il ritorno di uno spettro forse mai costruito ma perfetto proprio perché tornato dalle ceneri, una lama che splende asettica, priva di linguaggio, come una struttura che è lì per ospitare gli usi potenziali delle comunità che attraverseranno quei luoghi. La sua presunta perfezione è articolata come resti del passato, tramogge, camini, mangiatoie, accumuli d’acqua, dispense, una teleferica, una legnaia che si estendono anche nel paesaggio come sistema di gestione e abitazione del territorio. L’architettura è qui una macchina ambientale senza macchina, come un “corpo senza organi” (cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Mille plateaux. Capitalisme et schizophrénie, Les Éditions de Minuit, Paris 1980) dove gli impianti sono stati strappati lasciando in eredità le proprie cavità ancora in grado di funzionare, di agire, di far s ì che l’architettura sia come una guardia forestale, un’arca immersa nell’ambiente che la ospita. Dato che la montagna potrebbe divenire, in previsione, l’unico territorio abitabile – così almeno si pronuncia il Manifesto di Camaldoli per una nuova centralità della montagna redatto nel 2019 –, essa è considerata in questo progetto come laboratorio del futuro. Potrebbe sembrare un paradosso chiedere a un territorio da sempre legato allo stile, alla conservazione, alla lentezza o alla vacanza di dirci qualcosa sul domani della progettazione architettonica. Eppure, proprio questo luogo è oggi l’ideale su cui studi di architettura, geografi, taglialegna, alpinisti collaborano per costruire un prossimo rapporto dell’uomo con il mondo (cfr. Formafantasma, Cambio, Nero, Roma 2021). La montagna non è una pittoresca cartolina ma un manifesto di pura tecnologia. Philippe Rahm nel suo Histoire naturelle de l’architecture ci ricorda che i “tipici” fiori alle finestre sono pur sempre una tecnologia per tener fuori le api, che le boiseire non sono altro che un’antica lana di roccia, e che gli animali un tempo ospitati nelle case sono solo antichi termosifoni. Ma la montagna è anche, e sarà sempre, la dimora dell’ultimo uomo, delle escursioni in cerca dell’ultimo ghiacciaio, o della stella alpina, pur sempre per salire alla cima e mirare il cielo, e i rifugi delle Machine à penser (cfr. D. Roelstraete, Machine à penser, Fondazione Prada, Milano 2018) per pensare, scrivere, progettare il domani: delle strutture del territorio. Oggi, i rifugi sono spesso valutati strettamente in termini di utilità tecnica o come piattaforme di mero sguardo sul paesaggio montano. Retrosuperfutures rifiuta l’attuale ossessione per i rifugi come luoghi di spettacolarizzazione e mercificazione della montagna, e dunque fondati sui soli valori della vista, del cibo, del pernottamento di lusso, e recupera il loro carattere dinamico e ambientale per cercare una definizione alternativa di cosa potrebbe essere un rifugio nel Ventunesimo secolo. I suoi punti di riferimento sono quelle strutture ambientali, potremmo dire quei presidi territoriali brutalisti, in grado di istituire un rapporto attivo con il territorio: gli

abbeveratoi e i pozzi, i serbatoi dell’acqua, le stalle, le malghe. Retrosuperfutures è pensato allora per essere adattabile a una serie di possibili usi futuri. Presenta una definizione letterale di creazione di luoghi non prescrittivi, in quanto tale predispone il fruitore alle avventure sui piani obliqui della montagna.

Retrosuperfutures è un progetto di metodo che va al di là della sua forma, al di là del suo linguaggio, al di là della sua distribuzione interna. Il lavoro progettuale è impostato tramite un racconto in tre tavole e una relazione pensati come strumento per il progetto in montagna, se per montagna intendiamo l’impasto tra dimensione fisica – il discesismo di Zarathustra connesso alla materia e alla vita reale del territorio – e la dimensione metafisica – l’ascesismo dell’oltreuomo connesso a quell’in più, a quel superamento – che l’uomo ha sempre cercato tra le cime. L’insieme delle tre tavole propone un percorso a ritroso che parte dal racconto della “vita” dell’architettura. La prima tavola è dunque un racconto visuale, la seconda tavola descrive l’organizzazione dell’edificio con disegni in scala 1:100, la terza tavola ne descrive la costruzione con sezioni trasversali in scala 1:100 e 1:33 e un esploso assonometrico.

 

* Estratto della relazione presentata dai concorrenti

3° Classificato

Arch. Andrea Castellani (Capogruppo)
Ing. Paolo De Beni
Ing. Fabrizio Palmitesta
Ing. Francesco Gori
Arch. Pedro Maria Canelas Simoes Ribeiro
Ing. Sveva Brignani

Arch. Andrea Castellani (Capogruppo)
Ing. Paolo De Beni
Ing. Fabrizio Palmitesta
Ing. Francesco Gori
Arch.  Pedro Maria Canelas Simoes Ribeiro
Ing. Sveva Brignani 

 

ABSTRACT RELAZIONE TECNICA
La proposta progettuale per la realizzazione del nuovo Rifugio Alpino “Giovanni Tonini” nasce dalla volontà di realizzare un edificio funzionale e semplice, accogliente ed integrato nel contesto alpino in cui si colloca. Il nuovo fabbricato si configura come una struttura costruita attorno alla memoria di escursionisti, alpinisti e visitatori, che per questo luogo nel corso del tempo da qui sono passati, si sono ristorati e hanno pernottato. Questo punto di riferimento per la comunità, andato perduto nel disastroso incendio del 2016, nelle intenzioni progettuali risorge con la volontà di mantenere un legame simbolico con il passato e scrivere un nuovo capitolo di storia per le future generazioni di alpinisti ed escursionisti che da qui passeranno. Le macerie del rifugio andato distrutto rappresentano oggi una duplice condizione: da un lato la ferita lasciata dall’incendio, la rovina ed il concreto problema della sua ricostruzione e dall’altro l’ultima testimonianza tangibile di quello che questo rifugio è stato e ha rappresentato, ricordo da cui è difficile separarsi. Il primo atto di questo progetto è quello di provare a dare una risposta a questa evidente contraddizione, la conservazione della memoria del passato e la necessità di un futuro che sia in grado di rispecchiare lo spirito del tempo, ricercando soluzioni in grado di tenerle insieme. La condizione iniziale è stata determinante per stabilire tale approccio al progetto. La scelta progettuale, infatti, è quella di provvedere al completo sgombero e smontaggio di tutte le strutture e macerie rimanenti non più in grado di garantire condizioni statiche adeguate. In questa operazione andranno vagliati i materiali che in parte dovranno essere necessariamente smaltiti ed in parte si potranno recuperare per prendere nuova forma e funzione nel progetto. È il caso di tutto il pietrame di rocce porfiriche e metamorfiche del Lagorai utilizzate nelle murature del vecchio rifugio che diventano opportunità per realizzare parte delle nuove strutture. Esso, infatti, diviene materia prima per la costruzione delle nuove strutture in opera mista di calcestruzzo, trasformando lo scarto in risorsa, e così le macerie in memoria. Il processo costruttivo prevede infatti che attraverso la ricomposizione dei materiali recuperati (le pietre) del vecchio rifugio si andranno a realizzare i nuovi elementi strutturali e fondativi della nuova costruzione. Questi nuclei in pietra oltre ad offrire la necessaria adeguatezza e solidità strutturale contengono ciascuno una funzione ben precisa: la scala, il camino, il corpo di servizio, la fontanella o il cavedio infrastrutturale. Si ricompongono secondo precise logiche funzionali sul sedime del precedente rifugio e, soprattutto, sorreggono il nuovo corpo interamente in legno del rifugio. La nuova struttura in legno, d’altro canto, si appoggia con delicatezza su appoggi in pietra solidi e materici dichiarandosi nella sua autonomia costruttiva e costituendo la nuova immagine del rifugio. Questo processo di disassemblaggio e riassemblaggio , oltre che un processo di costruzione logico per un utilizzo razionale delle risorse è un atto sottile di conservazione della memoria.

 

* Estratto della relazione presentata dai concorrenti

Arch. Rigon Francesco (Capogruppo)
Arch. Margherita Simonetti
Arch. Brutto Filippo
Ing. Federico Saccarola
Per.  Ind. Andrea Giangiulio
Arch. Claretta Mazzonetto 

 

ABSTRACT RELAZIONE TECNICA
Le uniche preesistenze del sito, tra cui le tracce del vecchio rifugio, diventano il punto di partenza per l’organizzazione formale, le proporzioni e il linguaggio materico del nuovo edificio. La localizzazione del nuovo rifugio ricalca il sedime dell’edificio originario, proponendo una leggera variazione nell’orientamento al fine di stabilire un parallelismo con la malga Spruggio a monte, che concorre a mettere a sistema i due edifici e a farli emergere nel paesaggio come fossero parte di un’unica struttura composta da due corpi di fabbrica analoghi. Anche attraverso questa forte corrispondenza tra i due edifici l’obiettivo del progetto è quello di far riemergere, prima di tutto, il carattere frugale e l’approccio delicato verso il paesaggio che il Tonini ha sempre avuto nella sua storia: un gesto architettonico discreto e preciso, che si radica nel paesaggio con la stessa sobrietà e fermezza delle vecchie strutture d’alpeggio. La memoria del luogo, la qualità dell’architettura, la sostenibilità del costruire e il rispetto per la montagna ne costituiscono la grammatica progettuale. È un ritorno alla montagna autentica, silenziosa e resistente. Il progetto rinuncia così, consapevolmente, alla spettacolarizzazione dell’architettura e predilige un approccio che si inserisce nella tradizione del regionalismo critico. L’obiettivo vuole essere infatti quello di far riscoprire al visitatore, attraverso il nuovo edificio, la singolarità di un luogo così speciale e remoto, nella speranza che questa architettura sia in grado di innescare una riflessione sulla necessità di ritrovare un equilibrio nelle dinamiche turistiche e di frequentazione della montagna e sul carattere specifico del rifugio alpino. Il progetto intende poi riflettere sulle modalità attraverso cui l’edificio possa offrire al visitatore un determinato punto di vista sul paesaggio. Nella consapevolezza che oggi sia necessario ritrovare lo stupore nella contemplazione di uno scenario naturale, il progetto vuole indurre il visitatore a cercare questo sguardo e a far sentire il privilegio che si può avere nel momento in cui lo si trova. I piccoli “occhi” che dalle camere si aprono sulla vallata ne sono un esempio: dotati di scuri pitturati di bianco e azzurro che si alzano e si abbassano, come palpebre, scorrendo sui listelli di facciata e trasformano il semplice atto di affacciarsi da una finestra in un evento in grado di far riflettere sul nostro rapporto con il paesaggio. In maniera analoga le aperture vetrate al piano terra sono sempre intervallate dai listelli in legno che definiscono il ritmo della facciata, mettendo in gioco un filtro e una mediazione nel rapporto visivo con l’esterno. L’edificio, pur offrendo dalla sala ampie visuali sull’altopiano di Pinè, mantiene così dall’esterno un carattere più legato all’architettura rurale alpina che ai caratteri dei contemporanei edifici per l’ospitalità.

 

* Estratto della relazione presentata dai concorrenti

4° Classificato

Arch. Riccardo Pedrazzoli Bonvecchio (Capogruppo)
Ing. Daniele Veber
Ing. Roberto Recla
Arch. Francesca Lavarini

5° Classificato

Arch. Alessandra Fasanaro OD’A OFFICINA D’ARCHITETTURA SRL (Capogruppo)
Arch. Giovanni Aurino OD’A
Arch. Francesca Tufano OD’A
Ing. Raffaele De Rosa
Arch. Luigi Ruggiero

Arch. Riccardo Pedrazzoli Bonvecchio (Capogruppo)
Ing. Daniele Veber
Ing. Roberto Recla
Arch. Francesca Lavarini 

 

ABSTRACT RELAZIONE TECNICA
L’approccio progettuale teorizzato prevedeva di attingere dalla Malga Spruggio (e più in generale dalle malghe d’alpeggio di questa parte della provincia) alcuni connotati morfologici, formali, strutturali e materici da ricomporsi poi in un’architettura compiutamente contemporanea. Il rischio che l’edificio si riducesse a una semplice mimesi del modello era scongiurato dalla destinazione d’uso in sé: ai tempi in cui presero forma le tipologie rurali del Lagorai ancora non esisteva l’escursionismo montano e men che meno un’edilizia ad esso dedicata. Si trattava quindi di dare corpo a un programma funzionale moderno attraverso una composizione moderna, utilizzando però una grammatica architettonica che si sarebbe estrinsecata principalmente nei materiali di rivestimento, nella configurazione dello scheletro strutturale e, qui il punto, nella proporzione ed orientamento della pianta. Era ben chiaro che un concetto spaziale basato su questo approccio non avrebbe sempre consentito, specialmente al piano superiore, un’ottimizzazione manualistica dello spazio; si trattava però di un rischio calcolato e funzionale all’identità stessa della proposta. Visto che la superficie disponibile imponeva a prescindere alloggi di taglio piuttosto francescano, la spazialità della zona notte avrebbe dovuto esprimersi giocoforza in altre forme, tanto quantitativamente quanto, soprattutto, qualitativamente. Il lungo corridoio, che magari in una pianta più raccolta si sarebbe potuto ridurre ad un abbondante disimpegno, con un unico gesto semplice e potente scavava la massa, rendendo leggibile a colpo d’occhio la consistenza e la distribuzione dell’intero programma funzionale. L’attigua scala a giorno costeggiando la finestratura a monte espandeva lo spazio stemperandone l’altrimenti monotona longitudinalità e lo arricchiva con ulteriore luce naturale e contatto con l’esterno. Nelle camere invece, l’accentuata pendenza della copertura proiettava il volume verso l’alto compensando con un maggiore respiro in sezione l’esiguità della superficie in pianta; i livelli superiori dei letti a castello divenivano così piccoli piani soppalcati capaci di vita propria. Il proposito della proposta originaria, in sintesi, era di approfittare della deroga ai comuni standard abitativi per privilegiare la creazione di un’atmosfera, rispetto alla ricerca di un comfort forse solo lievemente superiore. La sproporzione diventava, in sostanza, uno strumento espressivo. Dal momento che la raccomandazione della giuria lasciava intendere riserve sui risvolti funzionali della prima stesura, ferma restando la fiducia nella bontà del concetto originale la pianta dell’edificio è stata ridisegnata da zero più e più volte in cerca della migliore sintesi possibile fra le ragioni della pratica e quelle della poetica.

 

* Estratto della relazione presentata dai concorrenti

5° 

Arch. Alessandra Fasanaro OD’A OFFICINA D’ARCHITETTURA SRL (Capogruppo)
Arch. Giovanni Aurino OD’A
Arch. Francesca Tufano OD’A
Ing. Raffaele De Rosa
Arch. Luigi Ruggiero 

 

ABSTRACT RELAZIONE TECNICA
L’intervento intende coniugare memoria storica e innovazione, valorizzando l’eredità del rifugio preesistente e traducendola in un linguaggio architettonico attuale, coerente con le esigenze contemporanee di chi vive la montagna. L’idea guida è quella di un’architettura fortemente radicata nel contesto naturale, capace di instaurare un dialogo equilibrato con il paesaggio dolomitico circostante, e di offrire allo stesso tempo un ambiente accogliente, sicuro e performante sotto il profilo energetico ed ambientale.

La proposta progettuale si fonda dunque su tre principi cardine: rispetto e integrazione nel paesaggio, funzionalità e comfort, sostenibilità e minimizzazione dei tempi di costruzione.

In tal modo, il nuovo Rifugio Tonini si propone come nodo identitario e culturale, un presidio

montano che interpreta la tradizione in chiave contemporanea, con l’intento di promuovere una fruizione consapevole e rispettosa della montagna. L’architettura alpina, nella sua essenza, racchiude il desiderio dell’uomo di esplorare il mondo naturale, e al contempo anche quello di trovare rifugio e protezione all’interno di esso. In questa tensione tra libertà e riparo si colloca la genesi del progetto, che trae ispirazione dall’archetipo universale della capanna: la forma primordiale dell’abitare, intesa come primo gesto di appropriazione dello spazio naturale. Il nuovo rifugio si configura dunque come un volume semplice, definito da una grande falda inclinata che funge da elemento unificante e simbolico. Questa falda non è solo copertura, ma un vero e proprio dispositivo architettonico sensibile: essa protegge dai venti freddi direzionandoli, raccoglie l’acqua piovana, si apre alle correnti calde, assorbe la luce solare, assicura una ventilazione naturale costante, e si definisce come elemento identitario del progetto assumendo un ruolo attivo nella relazione con il paesaggio. L’edificio si configura dunque come una “macchina climatica” che reagisce agli stimoli che lo circondano, che muta aspetto e funzione in base alle condizioni ambientali. La linea della falda segue l’andamento naturale della montagna e richiama esplicitamente la copertura dello stallone esistente, ne segue l’orientamento, stabilendo un legame di continuità con esso. Il risultato è un edificio che si integra morfologicamente nel contesto in cui si insedia: esso entra in dialogo con i rilievi circostanti e con i segni presenti nell’intorno, ma al contempo non subisce un ruolo mimetico, bensì si denuncia come un intervento antropico contemporaneo, un segno che conferisce identità e che entra in relazione con il paesaggio montano. Il progetto reinterpreta la tradizione locale attraverso una rilettura dell’idea di “capanna alpina” in chiave contemporanea. Questa doppia anima si comprende anche grazie alla sua duplice configurazione: da valle l’architettura si cela dietro la falda, appare una sagoma muta e razionalmente contenuta all’interno di un sipario chiuso; quando invece si arriva in prossimità di essa l’edificio svela il suo profilo che rievoca le linee della tradizione costruttiva locale. L’uso di materiali naturali, trattati attraverso tecniche innovative, congiunto all’utilizzo di elementi prefabbricati e leggeri di matrice industriale, contribuiscono all’idea di un edificio che si pone come perfetta sintesi tra memoria e innovazione. Il nuovo edificio mantiene, infatti, la tipicità rurale del territorio, riferendosi in modo diretto all’immaginario della capanna e allo stallone esistente: il confronto con la memoria del luogo non diviene imitazione, ma dialogo e reinterpretazione. In sintesi la scelta progettuale è stata quella di immaginare un gesto architettonico minimo, un elemento regolare in cui si condensa un nuovo spazio progettato a misura d’uomo, che si inserisce fragile nello smisurato spazio naturale del paesaggio dolomitico.

 

* Estratto della relazione presentata dai concorrenti

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