Teo Usuelli: quel requiem d’alta quota

Era il 31 luglio del 1954 quando la spedizione tricolore guidata da Ardito Desio raggiunse per la prima volta la vetta del K2, la seconda più alta della Terra (8.611 metri). Un successo epocale firmato da Achille Compagnoni e Lino Lacedelli al termine di settimane di logoranti sforzi e di una perfetta sinergia di squadra. L’intera vicenda della spedizione venne rigorosamente filmata da Mario Fantin. Per immortalare quell’impresa storica, il CAI decise di realizzare un lungometraggio documentaristico affidando quelle preziose immagini al regista Marcello Baldi. Proiettato in anteprima il 25 marzo 1955 alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il film ottenne un eccezionale successo di pubblico, arrivando a incassare 360 milioni di lire.

Dietro quel trionfo si celava una decisa azione diplomatica. Nel 1953, l’Italia superò la concorrenza statunitense grazie alla lungimiranza politica di Alcide De Gasperi, il quale sfruttò l’avanguardia nazionale negli impianti idroelettrici e la proposta di affidare a un’impresa italiana la costruzione della diga di Tarbela sull’Indo. In questo modo, il 19 giugno 1953, incontrando a Roma il capo del governo pakistano Muhammad Ali Bogra, De Gasperi ottenne il documento ufficiale che sbloccava i permessi per il Karakorum.

A suggellare artisticamente l’opera pensò Teo Usuelli, curando la rielaborazione di due canti tradizionali valdostani: Belle rose du Printemps e Montagnes valdôtaines, interpretate con la consueta maestria dal Coro della SAT. Bastarono queste due gemme – di una purezza e di un’emozione così rare e profonde – a consegnarlo alla storia della coralità alpina, regalandoci pagine d’ineguagliabile delicatezza e intensità.

Belle rose accompagna, nella prima parte del film, una grandiosa scena panoramica sulle Alpi, incarnando lo spirito vitale e l’amore per la montagna. Questo brano – che affonda le radici nella raffinata tradizione trobadorica – ebbe una notevole diffusione ed è tuttora patrimonio di numerosi cori di montagna. A conferma di questa felice intuizione, in un’intervista concessa nel 2005 al giornalista Gabriele Arlotti, lo stesso autore ammise: «Cercavo un canto particolare che ben si adattasse alle montagne. In Belle Rose trovai la suggestione che cercavo».

Di tutt’altro registro il secondo intervento, legato a uno dei momenti più bui e dolorosi della spedizione: la scomparsa della guida Mario Puchoz, stroncato da un malore improvviso (edema polmonare). Rielaborando Montagnes valdôtaines in tonalità minore, Usuelli seppe tessere un accompagnamento musicale di commovente sobrietà sulle tragiche immagini della sepoltura di Puchoz, tra i ghiacci eterni del Karakorum: un vero e proprio requiem d’alta quota che, al di là del tempo, conserva intatta la sua struggente purezza.

Testo realizzato da Luca Pergol, in Servizio Civile presso la Biblioteca della Montagna-SAT, con la supervisione di Riccardo Decarli.

© Le fotografie sono tratte dal volume Canti della montagna, 1961.

Teo Usuelli