Curiosando in biblioteca - Pagine di alpinisti trentini, il secondo Novecento

Quinto appuntamento

Dagli anni Cinquanta in poi la produzione narrativa degli alpinisti trentini comincia a  prendere quota e il panorama si arricchisce. Il primo nome è quello di Cesare Maestri. Non è ancora legato al Cerro Torre, quando esordisce con “Lo spigolo dell’infinito” (Manfrini, 1955), un buon libro. È invece già segnato dalla Patagonia quando dà alle stampe “Arrampicare è il mio mestiere” (Garzanti, 1961); ha poco più di trent’anni, ma già una carriera alpinistica eccezionale, tanto da destare l’attenzione di Dino Buzzati, che gli regala l’introduzione a questo libro, che merita uno dei primi posti nella classifica di questo genere. Il volume verrà ripubblicato nel 1964, 1972, 2012-2014, in tedesco nel 1963 e in e-book nel 2015. In totale Maestri dà alla luce una decina di titoli: “A scuola di roccia con Cesare Maestri” (Cappelli, 1965), “Le montagne della luce: diario africano di un viaggio nel cuore delle tenebre”, scritto con Giorgio Moser (ERI, 1976), “Il ragno delle Dolomiti” (Rizzoli, 1981), “Dare un senso alla vita” (Mame, 2014). Due titoli meritano una menzione speciale: “Duemila metri della nostra vita”, il cui maggiore interesse è dato dalla scrittura a due mani con la moglie Fernanda (Garzanti, 1972, poi riedizioni nel 1981, 2002 e 2011). In un periodo storico nel quale l’emancipazione femminile è tema di scontri, per non parlare di ciò che accade sulle pareti, Maestri dà voce alla moglie, proponendo coraggiosamente un nuovo sguardo sulle imprese alpinistiche. L’altro libro che si fa notare è uno degli ultimi e forse dei migliori, “…E se la vita continua” (Baldini&Castoldi, 1996), con altre edizioni nel 1997, 2002 e 2009.

Legato a Maestri è uno dei numi tutelari dell’alpinismo trentino, colui che battezzò lo stesso Maestri col soprannome di “Ragno”: Marino Stenico. Meno propenso all’autobiografia rispetto al discepolo, Stenico è stato un notevole storico e i suoi scritti ancora oggi sono preziose basi per chiunque si interessi all’alpinismo trentino. Direi anzi che si possono prendere come modello formale. “Cento anni di alpinismo trentino: dai pionieri alla Grande guerra”, pubblicato in “La SAT cento anni” e “Il Campanile Basso: storia di una montagna” 1975 e 1976, anche in tedesco nel 1975, sono il suo migliore lascito e con rammarico pensiamo a quanto avrebbe potuto ancora scrivere se una quarantina di anni fa non fosse caduto banalmente in quella palestra di roccia a Ragoli. La sua carriera alpinistica, iniziata negli anni Trenta e drammaticamente interrotta nel 1978, è stata ricostruita dalla moglie, Annetta Dalsass, in: “Marino Stenico: una vita di alpinismo” (Nuovi sentieri, 1987); la stessa è co-curatrice anche di: “Alpinismo perché: scritti autobiografici di alpinisti contemporanei” (1981).

L’altro alpinista che ha fatto da ponte tra il prima e il dopo la guerra è stato Gino Pisoni. Anche lui appare distante dall’autobiografia, tanto che dobbiamo ringraziare (e molto) Gino Callin Tambosi, che ci ha lasciato il bel libro “Dolomiti con amore: le imprese alpinistiche di Gino Pisoni con la corda di canapa, pochi chiodi e le scarpe di pezza” (Arca, 1994). Volume da tenere a portata di mano anche per il bel corredo fotografico.

Grande antagonista di Maestri, non solo alpinisticamente, è stato Armando Aste, che però con il “Ragno” ha sempre mantenuto un bel rapporto di amicizia e rispetto. I libri di Aste dovrebbero essere rivalutati, soprattutto i primi: “Pilastri del cielo” (Trento, Reverdito, 1975), ripubblicato nel 2000 e 2006; e “Cuore di roccia” (Calliano, Manfrini, 1988). Negli ultimi anni di vita, presso l’editore Nuovi sentieri, ha pubblicato in successione altri cinque volumi: “Alpinismo epistolare: testimonianze” (2011); “Commiato: riflessioni conclusive di un alpinista dilettante in congedo” (2013); “Nella luce dei monti” (2015); “Stagioni della mia vita” (2016); “L’Angelina: vita agreste di un tempo lontano” (2017).

Su un versante completamente opposto si colloca Rolly Marchi. Più giornalista e scrittore che alpinista, è stato un grande appassionato di sport in generale e di sci in particolare. Autore di romanzi, qui sta la sua originalità, ambientati in montagna: “Le mani dure” (1974, con varie riedizioni), ma anche: “Il silenzio delle cicale”, “Un pezzo d’uomo”, “Ride la luna”, “Il tram della vita e altri quattordici racconti”, “Neve per dimenticare”, “Parole bianche”, “E ancora la neve”, “Se non ci fosse l’amore”...

Legato a Marchi da lunga amicizia è l’ingegner Franco Giovannini. Autore di libri di viaggio e di riflessione: “Tibet e dintorni: viaggi del disincanto” (1999), “Zingarando: del ragno Luigino in giro al mondo” (2005), “Fra cinque minuti l’aereo parte: tra le bufere della Calotta Polare Artica” (2010) e “Montagne e diavoletti: che fine ha fato l’alpinismo?” (2012). Il suo titolo migliore però rimane “Arrampicare era il massimo” (1994), ottimo quadro dell’alpinismo trentino del secondo dopoguerra e uno dei migliori del genere.

La Patagonia e le Terre estreme del Sudamerica sono da molto tempo terreno d’azione dei trentini. Oltre alla bellezza e alle difficoltà eccezionali delle pareti, tra le motivazioni che hanno portato ai confini del mondo i trentini non va dimenticata l’emigrazione dei loro avi o degli stessi alpinisti. Si colloca in questo quadro l’opera di Cesarino Fava, emigrato in Argentina, divenne il principale motore delle spedizioni trentine. La sua vita, come un romanzo, è narrata nel suo unico libro: “Patagonia: terra di sogni infranti” (1999, ripubblicato nel 2015 e 2017).

Trattando i pionieri trentini dell’alpinismo in Sudamerica è doveroso ricordare l’iniziatore di questa saga, Clemente Maffei, ‘Gueret’, che nel 1956 salì per primo il Sarmiento assieme a Carlo Mauri. Grazie alle sue figlie oggi possiamo leggerne le imprese in: “Guerèt Rampagaröl: diario della guida alpina Clemente Maffei” (1993, 2. ed. 1997, 3. ed. 2006).

Gli ultimi vent’anni segnano un notevole aumento di testimonianze e di interesse, ma di questo parleremo la prossima volta.

           

Testo: Riccardo Decarli (Biblioteca della Montagna-SAT)

Foto: Pietro Decarli

 

 

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