Sui sentieri dei 150 anni

Sentiero 8 – Rifugio Cima d’Asta “Ottone Brentari”

Il rifugio a cubo: una forma, un progetto

È il principale tracciato d’accesso al Rifugio Cima d’Asta “Ottone Brentari” e, pur lungo e faticoso, riserva notevoli scorci paesaggistici. Costituisce inoltre la prima tappa dell’Alta Via del Granito, un itinerario anulare da rifugio a rifugio che in tre giorni permette di visitare il gruppo di Cima d’Asta e il sottogruppo delle Cime di Rava.

Gruppo Montuoso: Lagorai – Cima D’Asta 

Comuni: Pieve Tesino

Difficoltà Generale: E

Sentieri SAT: E327

Itinerario: Salita da Malga Sorgazza al Rifugio Cima d’Asta “Ottone Brentari”

Dislivello salita / discesa: ↑1039 m / ↓0 m

Nome Località N. segnavia Quota (m.s.l.m.) Distanza (metri) Andata (hh:mm) Ritorno (hh:mm) Diff.
Malga Sorgazza 1435 00:15
Pr. Ponte sul Grigno [327] 1506 1060 00:15 00:05 T
Ponte di val Vendrame [327] 1536 370 00:05 00:15 T
Brusà – teleferica [327] 1647 1070 00:20 00:45 T
Bualon di Cima d’Asta [327] 2007 2160 01:00 00:15 E
Baito del pastore [327] 2134 520 00:20 00:20 E
Selletta quotata 2274 [327] 2274 740 00:25 00:20 E
Lastè di Cima d’Asta [327] 2366 680 00:25 00:10 E
Lago di Cima d’Asta [327] 2455 350 00:15 00:05 E
Rifugio di Cima d’Asta [327] 2474 160 00:05 E
Totali 7100 03:10 02:30

Dal parcheggio di Malga Sorgazza, raggiungibile in auto da Pieve Tesino dopo aver imboccato la strada asfaltata che risale la Val Malene, si segue in piano la stradina che contorna a monte il bacino artificiale di Sorgazza, passando in prossimità della stele eretta in ricordo dell’ex cimitero di guerra. Poco oltre, la stradina entra nel bosco e risale in destra orografica la Val Sorgazza trovando dopo poco, sulla nostra destra, il bivio per il Ponte sul Grigno e l’inizio del sentiero 386 che sale anch’esso al Rifugio Cima d’Asta ma attraverso il costone della Campagnassa. Si prosegue per la valle passando dal Ponte di Val Vendrame e si continua per la bella strada militare fino a raggiungere, in località Brusà, la stazione a valle della teleferica di servizio al rifugio. Imboccato il tracciato che aggira nel bosco l’area di manovra della teleferica, superato il torrente e una zona paludosa, si inizia a risalire gradatamente l’ampio vallone. Ben presto il pendio si fa più ripido ed il tracciato, con numerosi tornanti, risale il Bualon di Cima d’Asta, tenendosi sul fianco destra orografica alla base dei contrafforti di Cima Tellina e della cresta di Socéde, fino a incrociare il sentiero 326 per Forcella Magna. Proseguendo diagonalmente fra i ripidi pascoli, il tracciato si sposta gradualmente verso il centro del vallone, a monte di un’alta fascia rocciosa, e arriva ai ruderi dell’ex Baito del Pastore, posto ai margini di una piccola verde conca e alla base del Lastè di Cima d’Asta, una caratteristica balconata di granito che i più esperti possono risalire direttamente per il tracciato 327B (tracciato per escursionisti esperti). Il sentiero principale, denominato “Tródo dei Àseni”, attraversa la conca e, per un valloncello solcato da diversi rigagnoli, risale ad una selletta (quota 2.274) di fronte alle scure pareti e guglie del Passétto. Qui il percorso cambia decisamente direzione, passa per un catino eroso e, con ampio tornante, attraversa larghi dossoni granitici (Lastè di Cima d’Asta) fino ad incrociare nuovamente il sentiero 327B. Entrati in una valletta sassosa, percorsa da un torrentello, la si risale fin sulla sponda del limpido e bellissimo Lago di Cima D’Asta e si raggiunge, poco sopra, il Rifugio Cima d’Asta “Ottone Brentari”.

Uno degli obiettivi statutari della SAT era lo studio e la promozione del territorio, in particolare presso gli alpinisti e i turisti di lingua italiana. Il primo Statuto focalizzava l’attenzione sull’importanza di incrementare «la visita lo studio e la illustrazione delle Alpi Tridentine». Per tale motivo, a partire dal 1878 l’associazione si fece promotrice di una guida in italiano del Trentino, prendendo atto che un tale strumento non era ancora stato pubblicato e che, invece, altre regioni alpine, soprattutto la Svizzera, vantavano già ottime guide alpinistico-turistiche. Non avendo la possibilità di pubblicare una complessiva, la SAT iniziò a pubblicare sui suoi “Annuari” una serie di monografie delle vallate trentine. Parallelamente promosse l’illustrazione fotografica del Trentino; risale, infatti, al 1882 la presentazione al Congresso alpino di Salisburgo dell’”Album di vedute” di Giovanni Battista Unterveger.

Finalmente verso la fine dell’Ottocento si manifestò l’opportunità di pubblicare un’opera unitaria e a tal fine la SAT contattò Ottone Brentari (Strigno 1852 –Rossano veneto 1921), pronipote di Luigi Negrelli, ingegnere progettista del Canale di Suez. Brentari studiò storia e geografia a Vienna ed Innsbruck, si laureò a Padova e insegnò lingua e letteratura italiana e latina al Ginnasio di Bassano, del quale divenne direttore. Nel frattempo iniziò la compilazione di opere d’interesse locale a carattere storico e di guide turistico-alpinistiche del Triveneto. Politicamente orientato su posizioni irredentiste, si avvicinò alla Società degli Alpinisti Tridentini (SAT) e così gli venne affidata la realizzazione della guida del Trentino di cui si è giàa accennato.

L’opera, prima guida organica in italiano della zona, venne pubblicata, con non poche difficoltà, in quattro volumi tra il 1890 ed il 1902; ciascun volume costituì un numero monografico dell’”Annuario SAT”, rispettivamente la 15a, 18a, 21a e 22a annata. L’opera risulta divisa in due parti di due volumi ciascuna: la prima parte è dedicata al Trentino orientale, la seconda al Trentino occidentale. I tomi contengono una descrizione generale geografica, indicazioni sull’economia, la viabilità, la popolazione, i personaggi celebri e note storiche. Segue quindi la descrizione delle vallate, dei centri abitati e delle bellezze naturali con indicazioni sui percorsi in montagna, rifugi alpini, salite e traversate. Nel corso della compilazione dei quattro volumi Brentari pubblicò per la SAT anche una “Guida di Monte Baldo” (1893).

Brentari intraprese in parallelo la carriera giornalistica nel quotidiano milanese “Corriere della sera”, del quale divenne capocronista sino al 1908, e poco avanti lo scoppio della prima guerra mondiale iniziò la pubblicazione del periodico “L’Italia bella”; al termine del conflitto diresse per alcuni mesi il giornale “La libertà” e viaggiò a lungo in Trentino documentando le enormi distruzioni arrecate dalla guerra, raccontate nello scritto “Lettere dal Trentino”. 

Il 19-27 agosto 1908, infatti, si tenne a Trento il Congresso Polisportivo, manifestazione organizzata dalla SAT in collaborazione con Touring Club Italiano e Club Alpino Italiano e che vide la partecipazione di migliaia di atleti, alpinisti e sportivi provenienti da gran parte dell’Italia insieme a studiosi e naturalisti. Il polisportivo ebbe, infatti, accanto alle finalità ginnico sportive, momenti congressuali legati alla geografia alpina.  Uno dei motivi ispiratori dell’evento fu probabilmente quello irredentista, di rivendicazione dell’italianità del Trentino, accanto a molti altri interessi che caratterizzavano l’epoca. Tra le manifestazioni collaterali vi fu, per esempio, l’inaugurazione di strade cittadine, di busti dedicati a poeti italiani e di ben quattro rifugi. Oltre a Cima d’Asta, vennero presentati il rifugio Dodici Apostoli, il rifugio Mantova ai Crozzi di Taviela (esplicita la dedica ai martiri di Belfiore) e il rifugio Stoppani in Brenta (questi ultimi due non ebbero la longevità degli altri).

Il 22 novembre 1921 la SAT decise di dedicare ad Ottone Brentari il rifugio Cima d’Asta, inaugurato nel 1908 in concomitanza con un importante congresso.

Il rifugio Cima d’Asta venne costruito nella caratteristica forma a cubo a 2.473 m di quota. Vale la pena spendere due parole sul significato di “forma a cubo”. Fu probabilmente l’ingegnere Annibale Apollonio, negli ultimi anni dell’Ottocento, il primo a rendersi conto della necessità di costruire rifugi alpini di tale forma e dimensioni, in modo che ciascun elemento del rifugio (soprattutto le travi, che dovevano essere portate da valle) potesse essere trasportato con una certa facilità, utilizzando un ristretto numero di operai. Naturalmente all’epoca le teleferiche non esistevano ancora (solo con la Grande Guerra conosceranno una prima diffusione sui monti del Trentino), le strade non giungevano certo sino alle vette e anche i sentieri non erano così curati come quelli odierni. Ecco quindi la necessità di razionalizzare un progetto di rifugio di questo tipo, dalla forma semplice e armonicamente inserito nell’ambiente grazie all’uso di pietre cavate in loco per la realizzazione degli alzati. Questa tipologia di costruzione ebbe un notevole successo, tanto che tutti i primi rifugi della SAT furono “a cubo”.

Il suolo sul quale venne edificato il Cima d’Asta fu concesso dall’amministrazione di Pieve Tesino: «…ad unanimità il suolo e il legname per la costruzione del rifugio, la legna da fuoco, tutto gratuitamente…», mentre i lavori vennero affidati ad Antonio Zanghellini di Strigno. Il 24 agosto 1908 si tenne l’inaugurazione con la partecipazione della banda del paese, delle autorità, di una sessantina di alpinisti e della madrina Contessa Pilati di Venezia.

La Grande Guerra lasciò profonde tracce in zona e anche il rifugio mostrò numerose ferite. Durante il primo dopoguerra la SAT intraprese una difficile e dispendiosa campagna di ristrutturazione delle sue opere in quota e anche il Cima d’Asta venne nuovamente inaugurato, questa volta intitolandolo a Brentari. Nel 1922 la guida alpina Erminio Marchetto prelevò alcuni salmerini (Salvelinus alpinus) dal Lago di Costabrunella e li immise nel Lago di Cima d’Asta. 

L’ultima guerra provocò un nuovo decadimento del rifugio, che venne risanato e, infine, trasformato nel 1983, ampliando l’originaria struttura a cubo.

La migrazione degli uccelli è un fenomeno che ha affascinato l’uomo fin dall’antichità e che ancora non si è compreso appieno; tutt’oggi, infatti, si cerca di capire le dinamiche ed i fattori che influenzano e stanno alla base delle migrazioni. L’Italia, grazie alla sua collocazione geografica, è un’importante sede d’indagine per le migrazioni in quanto molte rotte migratorie passano proprio sulla penisola e, in particolare, sulle Alpi. Questa catena montuosa, infatti, funge sia da barriera naturale, che deve quindi essere oltrepassata da tutti quegli animali che proseguono poi la migrazione lungo la penisola italiana, sia come luogo di attraversamento e riferimento per gli animali la cui rotta di migrazione segue un percorso più occidentale e che, quindi, attraversano tutta la catena alpina in direzione ovest-est prima di dirigersi a sud. Proprio con l’obiettivo di osservare e indagare il fenomeno delle migrazioni, cercando di capire quali specie passano e quali sono la loro provenienza e destinazione, nasce nel 1997 il Progetto Alpi, un programma di monitoraggio della migrazione tardo-estiva e autunnale attraverso il settore italiano della Catena alpina. Questo progetto si realizza attraverso la cattura e l’inanellamento di esemplari in migrazione ed è nato come progetto a breve termine (1997-2002), salvo poi essere prolungato su lungo termine con obiettivi e programmi che sono andati modificandosi ed evolvendosi nel tempo. Negli anni sono state coinvolte 43 stazioni di inanellamento, distribuite su tutto l’arco alpino, le quali, in alcune annate, hanno ospitato più di un centinaio di inanellatori e qualche centinaio di operatori spesso volontari. Il Trentino, così come altre regioni e province alpine, è attraversato da rotte migratorie primaverili ed autunnali, che si concentrano in particolare su alcuni valichi che costituiscono dei veri e propri colli di bottiglia dove si possono incontrare numerose specie in migrazione. Questi valichi hanno tutte le caratteristiche ideali per essere dei luoghi di inanellamento, cosa che effettivamente spesso sono. Attualmente nel territorio provinciale sono attivi due centri di inanellamento: uno a Bocca Casèt ed uno al Passo del Broccon, valico a 1.760 metri di quota, poco distante dall’itinerario proposto. Percorrendo l’itinerario nei periodi giusti si possono, quindi, notare gruppi di uccelli, anche di piccole dimensioni, magari alcuni con un piccolo anello applicato da poco ad una zampa, in fase di migrazione dall’Europa centrale in direzione dei distanti luoghi di svernamento africani.

Immaginandoci di seguire una delle rotte di migrazione seguite dagli uccelli attraverso il massiccio di Cima d’Asta, ci si accorgerebbe subito della sua inusuale conformazione e morfologia, dovuta essenzialmente alla sua intima costituzione. Il massiccio, infatti, è costituito da un enorme plutone granitico, una massa estremamente voluminosa di magma risalita nel corso del Permiano inferiore (274 milioni di anni fa) e consolidatasi entro le filladi del Basamento Metamorfico, ad una profondità stimata di uno o due chilometri. L’erosione ha successivamente asportato le formazioni rocciose più giovani che coprivano, come un coperchio, l’ammasso indurito. Composto da monzograniti biotitici, granodioriti e tonaliti, si ritiene che questo enorme blocco rappresenti ciò che rimane degli immensi serbatoi che alimentarono le colate pirocalstiche superficiali e costituirono l’enorme Piattaforma porfirica atesina, formazione di spessore fino a 2.000 metri e che costituisce il limitrofo Gruppo dei Lagorai. Il colore che assume questa particolare roccia, e che si può osservare sotto i nostri piedi salendo verso il rifugio Cima d’Asta, è spesso tendente al rosa, questo grazie alla massiccia presenza di un minerale quale l’ortoclasio. Il plutone di Cima d’Asta si estende per circa 200 kmq a nord della Linea della Valsugana, un’importante linea di faglia che separa nettamente i gruppi montuosi costituiti da rocce vulcaniche effusive ed intrusive a nord (Lagorai e Cima d’Asta), da quelle sedimentarie (calcari e dolomie) a sud (catena di Cima Dodici). La faglia è inoltre responsabile del fatto che si trovano così affiancate formazioni rocciose di età molto diversa.

Le glaciazioni quaternarie hanno infine profondamente modellato il massiccio, approfondendo ed allargando le vallate che scendono dalle cime (come quella seguita dal nostro tracciato – Val Sorgazza e Bualòn di Cima d’Asta), seguendo spesso precise linee di frattura attraverso le rigide compagini granitiche, distribuendo le caratteristiche morfologie glaciali e regalandoci perle d’alta quota, quali i laghi di circo. Ne è un esempio il profondo ed ampio lago di Cima d’Asta, nei pressi del rifugio, dal colore molto scuro e sulla cui superficie si specchia la ciclopica parete sommitale di Cima d’Asta. La valle risalita dal nostro itinerario, incisa negli antichi graniti, offre allo sguardo enormi e lisce placconate che, senza timore di esagerare, ricordano molto gli ambienti d’alta quota tipici del massiccio del Monte Bianco.

Malga Sorgazza

località quota proprietà recapiti posti letto locale invernale
Val Sorgazza m 1450 Comunale, Pieve Tesino

389 6836148

No No

Apertura: tutto l’anno

Rifugio Cima d’Asta “Ottone Brentari”   [SAT]

località quota comune recapiti posti letto locale invernale
Lago di Cima d’Asta m 2476 Pieve Tesino

0461 594100

emanueletessaro@email.it

www.rifugio-cimadasta.it

60 Sì, 4 posti

Apertura: 20 giugno – 20 settembre

Il Rifugio Cima d’Asta fu per decenni l’unico esistente nel più esteso gruppo montuoso del Trentino. L’idea di realizzare un rifugio in questa zona maturò all’inizio del 1900 tra alcune guide locali. L’occasione per avanzare questa proposta venne dal Congresso della SAT del 1906, tenutosi a Roncegno, e i lavori iniziarono l’anno successivo. Il 24 agosto 1908 il Rifugio Cima d’Asta, una costruzione dalla tipica forma a “cubo”, veniva inaugurato e affidato a delle guide alpine locali. Nel corso della Prima guerra mondiale il rifugio subì danni gravissimi e la SAT, già nel 1922, lo risistemò e lo dedicò a Ottone Brentari, insigne scrittore e alpinista, nato a Strigno nel 1852 e morto a Rossano Veneto nel 1921, autore della prima guida del Trentino. La Seconda guerra mondiale arrecò nuovamente gravi danni al rifugio, fatto oggetto di innumerevoli vandalismi, ma grazie al forte impegno di Giovanni Strobele, allora segretario della SAT, il rifugio fu riaperto l’8 agosto 1952 mantenendo ancora la struttura a “cubo” e una capacità ricettiva di soli 18 posti. Nel 1982 la SAT, di fronte a una presenza sempre più frequente di comitive di alpinisti, decise di effettuare un radicale ampliamento del rifugio; i lavori iniziarono nel 1984 e già l’1 settembre 1985 venne inaugurata la nuova costruzione, tre volte più capiente dell’originale. Si trova di fronte alla parete sud di Cima d’Asta, sul dosso morenico che delimita il suggestivo lago omonimo, affacciato su un vastissimo orizzonte. È meta di numerose escursioni e punto di partenza per l’ascensione alla vetta del Zimón o per le traversate verso Lagorai, Cime di Rava e Passo del Brocón. Il rifugio è uno dei punti tappa del Sentiero Italia e dell’Alta Via del Granito.

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Sentiero 9 / In Val dei Mocheni: il Rifugio Sette Selle