Sui sentieri dei 150 anni

Sentiero 10 – Latemar: Rifugio Torre di Pisa

Tra storia e leggenda: la porta sul Latemar

Itinerario di accesso al Rifugio Torre di Pisa con partenza dal Passo del Feudo.

Gruppo Montuoso: Latemar

Comuni: Predazzo

Difficoltà Generale: E

Sentieri SAT: E516

Itinerario: Salita dal Passo del Feudo al Rifugio Torre di Pisa

Dislivello salita / discesa: ↑560 m / ↓0 m

Nome Località N. segnavia Quota (m.s.l.m.) Distanza (metri) Andata (hh:mm) Ritorno (hh:mm) Diff.
Passo del Feudo 2118 01:15
Rifugio Torre di Pisa [516] 2678 2510 01:40 E
Totali 2510 01:40 01:15

Il Passo del Feudo si può raggiungere almeno da tre itinerari: da Predazzo con gli impianti di risalita Predazzo-Gardoné-Passo feudo, da Pampeago (Tesero), risalendo in parte con gli impianti o a piedi lungo i sentieri della valle che scende a ovest, oppure a piedi partendo da Obereggen (BZ) oltre il Passo di Pampeago. Dal Passo del Feudo, dove si incrocia il sentiero E504, che collega Predazzo a Pampeago, si raggiungono i pendii erbosi di un’arrotondata dorsale erbosa (rimanere sulla traccia per evitare ulteriori erosioni al pascolo). Il percorso è molto logico e per arrivare al Rifugio Torre di Pisa risale la scarpata rocciosa soprastante, sempre più ripida e segnata, in alcuni tratti, da caratteristiche intrusioni di roccia vulcanica. Giunti al rifugio, si può godere di un panorama di ampio respiro sui gruppi montuosi della Val di Fiemme ed in parte della Val di Fassa. In particolare spicca verso sud la frastagliata e selvaggia catena dei Lagorai. Procedendo lungo il sentiero 516 verso Nord, per poche centinaia di metri, si ha la possibilità di ammirare da vicino le prime guglie rocciose che delimitano verso ovest l’anfiteatro sommitale; tra esse si può riconoscere quella più caratteristica, pendente, significativamente battezzata Torre di Pisa.

Chi non conosce Agatha Christie (Torquay 1890-1976)? Forse non tutti hanno letto un suo racconto, ma anche questo è piuttosto difficile da credere visto che la scrittrice del Devon ha venduto oltre due miliardi di libri! Non è certo tra le sue opere principali, ma “Poirot e I Quattro” è il giallo che fa al caso nostro perché il finale è ambientato proprio qui, tra le rocce del Latemàr.

Il romanzo è quasi una anomalia nella titanica produzione letteraria della scrittrice. Spie, intrighi internazionali, soldi e potere, un concentrato di malefatte così incredibile da assomigliare molto alla realtà. Nel finale Poirot svela al suo accompagnatore: «Noi siamo diretti, amico, al Karersee il cui nome italiano è Lago di Carezza […]”Karersee? – dissi – Mai sentito nominare.” – “Appunto per questo le dissi che voi inglesi non conoscete la geografia. Il Lago di Carezza è un posto meraviglioso di villeggiatura, proprio nel cuore delle Dolomiti” […] Il viaggio fu delizioso, su su, tra enormi rocce in mezzo a pinete maestose sino al grande albergo di Carezza. Venimmo subito condotti alle camere che ci erano state riservate. Poirot indicò, fuori da una finestra, gli erti picchi e i pendii coperti di abeti. È là? chiese sottovoce. rispose Harvey là c’è un luogo chiamato Labirinto di Pietra, composto da enormi massi disposti in modo fantastico, tra i quali serpeggia un viottolo. La cava è a destra, ma credo che l’ingresso del sotterraneo debba proprio trovarsi nel Labirinto”».

Chissà se la regina del giallo avrà avuto sentore che quelle antiche rocce ospitarono anche generazioni di pastori. Pastori che lasciarono traccia del loro passaggio tracciando numerose scritte e disegni con l’ematite,  dal caratteristico colore rosso ocra e detta localmente “bol”, sulle pareti del Cornón. Un patrimonio artistico composto da poco meno di cinquantamila iscrizioni – la più antica risale addirittura al 1470 -, recentemente studiato e catalogato grazie al Museo degli usi e costumi della gente trentina.

Un altro illustre suddito di sua maestà britannica è legato a questi luoghi, Winston Churchill, che nel 1949 soggiornò al Grand Hotel Carezza. Non c’è da stupirsi! La struttura alberghiera, voluta dal pioniere del turismo dolomitico Theodor Christomannos (Vienna 1854 – Merano 1911) che aprì i battenti nel 1896, non aveva nulla da invidiare ai migliori alberghi del continente. Il Grand Hotel nel 1897 ospitò la principessa Sissi (Elisabetta di Wittelsbach, consorte del Kaiser Francesco Giuseppe), nel 1900 lo scrittore Karl May e molte altre personalità. Dopo alterne vicende, tra cui un devastante incendio nel 1910 e la successiva ricostruzione, il destino non è stato generoso; oggi la struttura ospita alloggi per vacanze ed il fascino di un tempo è ormai tramontato.

Questa zona del Latemàr è oggi fortemente caratterizzata da impianti per lo sci ed altre strutture che non paiono del tutto necessarie. Salendo in quota l’escursionista può ancora godere di zone poco antropizzate e caratterizzate dalle bizzarre morfologie dolomitiche. Di facile percorrenza è appunto il sentiero che da Passo Feudo conduce al rifugio Torre di Pisa, unico rifugio alpinistico del Latemàr (realizzato nel 1980 sulla sommità del Cavignòn) e che consente di godere una natura ancora abbastanza integra e volgere lo sguardo su paesaggi di notevole bellezza.

Per raggiungere la zona di Pampeago e Passo Feudo si transita accanto al Centro di documentazione Stava, struttura aperta nel 2002 in ricordo della tragica colata di detriti che il 19 luglio 1985 cancellò la vita di 268 persone.

La prima parte dell’itinerario si sviluppa all’interno di un’estesa prateria alpina, una formazione vegetale tipica delle quote sopra i 2.000-2.200 metri, quindi oltre il limite degli alberi, dove si hanno condizioni climatiche estreme con temperature basse e neve per gran parte dell’anno. A differenza dei prati e pascoli creati dall’uomo, le praterie alpine sono di origine naturale. Qui crescono alcune tra le più famose varietà floreali alpine come la stella alpina, il camedrio alpino, l’astro alpino, la nigritella e diverse specie di genziana e garofano, tutte perfettamente adattate alle estreme condizioni date dalla siccità, dal freddo e dal vento. La presenza di malghe e costruzioni in prossimità di Passo Feudo testimonia come in passato queste praterie fossero sfruttate per far pascolare vari animali domestici o per lo sfalcio dell’erba, attività che da diverso tempo non vengono più svolte a quote così elevate. La varietà di fiori delle praterie alpine richiama anche innumerevoli insetti tra cui farfalle, coleotteri, grilli e cavallette. Anche la marmotta vive in questo ambiente, così come ermellini, lepri alpine, pernici bianche e camosci. Nonostante l’aspetto brullo, quindi , questi luoghi, spesso a rischio a causa del cambiamento climatico, sono estremamente affascinanti e ricchi di specie, anche di interesse conservazionistico, sia vegetali sia animali.

Dal punto di vista geologico la salita al Rifugio Torre di Pisa rappresenta un ideale, accademico percorso verticale lungo un tratto della cosiddetta colonna stratigrafica delle Dolomiti: risalendo idealmente nel tempo dallo Scitico (250 milioni di anni fa) al Ladinico (fino a 231 milioni di anni fa) si possono infatti ammirare dapprima i morbidi pendii erbosi del Passo del Feudo (q. 2.121), modellati nella friabile formazione di Werfen, si toccano poi brevemente le formazioni carbonatiche delle dolomie anisiche ed infine si risalgono le pendici dell’antico atollo corallino del Latemar, segmentato e tormentato successivamente da intrusioni e fenomeni vulcanici.

La formazione di Werfren è caratterizzata da rocce fittamente stratificate e dai colori vivaci, depositatesi in ambienti costieri di mare basso, simili a quelli attualmente presenti sulle coste dell’attuale Mare Adriatico o, ancor meglio, visto il clima di allora, alla parte costiera arabica del Golfo Persico. In questa formazione si riscontrano spesso i calchi delle increspature della fanghiglia sabbiosa (ripple marks) che anche oggi notiamo sul bagnasciuga, brecce ed accumuli di conchiglie, sabbie, argille, in alcuni fortunati casi calchi di stelle marine ecc. Nel corso dell’Anisico (240-235 milioni di anni fa) alcune zone della regione si sollevano per poi iniziare nuovamente a sprofondare; la sedimentazione in ambiente marino a basse profondità riprende e si viene a creare un discreto spessore di calcari e dolomie, alto da 50 a 200 m, che genera un caratteristico gradino alla base di molti gruppi dolomitici (Formazione di Contrin). La regione dolomitica sprofonda successivamente in modo non uniforme ed ha inizio la formazione delle scogliere ladiniche: il fenomeno ha inizio attorno a 235-236 milioni di anni fa e nei successivi tre o quattro milioni di anni si registra uno sprofondamento generale di circa 1.000 metri. Sulle sommità dei blocchi di sedimenti anisici, che rimangono più in superficie, attecchiscono attivissime comunità costituite da organismi marini, rappresentati soprattutto da alghe, spugne e coralli. I fondali si abbassano ma gli organismi producono quantità di carbonato di calcio così abbondanti che riescono a mantenere a profondità costanti e contenute le sommità delle scogliere, che parallelamente riescono ad espandersi anche lateralmente. A quel periodo risalgono le spettacolari scogliere ladiniche che costituiranno poi gli attuali gruppi del Latemar, delle Pale di San Martino, dello Sciliar, del Catinaccio, del Sassolungo, del Sella, del Odle ecc. Non tutte, però, hanno avuto in sorte il destino di trasformarsi in Dolomia del Serla, la roccia che oggi costituisce alcune tra le più belle e famose montagne dolomitiche. Nel caso del Latemar ed anche della Marmolada, per esempio, il calcare non si è trasformato in dolomia e questo fatto rappresenta ancor’oggi un mistero.

Abbiamo abbandonato i morbidi prati impostati sulla formazione di Werfen, abbiamo incontrato il primo più consistente gradino delle dolomie anisiche ed il paesaggio è cambiato: i prati sono coperti da candidi blocchi di detrito di falda (dolomie), poi il pendio prende ad inerpicarsi con pendenza costante e ci troviamo sui fianchi di un’antica isola, un atollo immerso nell’antico mare e che, infine, giunti presso il Rifugio Torre di Pisa, cambia assetto ed assume una conformazione più pianeggiante. Superate le scarpate laterali, infatti,  siamo giunti alla sommità dell’antica isola: gli strati rocciosi orizzontali che ci si presentano ora, guardando verso il cuore del gruppo del Latemar, si sono formati sul fondo di una tranquilla laguna tropicale, ricca di vita, come testimonia l’abbondanza di Ammoniti (fossile di cefalopode dalla tipica conchiglia a forma di spirale) nelle analoghe formazioni rocciose triassiche delle Dolomiti ed anche del Latemar che, per quantità e varietà di faune, sono tra le più ricche, importanti e studiate al mondo. 

Queste isole tropicali preistoriche non sono però destinate a durare a lungo. Circa 235 milioni di anni fa si attiva il vulcano di Predazzo, uno dei più grandi del periodo Triassico. Nel giro di 1-2 milioni di anni grandi quantità di lava si riversano sulle isole e sul fondo dei mari di allora, colmandoli e – fatto più unico che raro – permettendo loro di essere riconsegnati ai posteri, nella loro veste e forma originaria, laddove l’erosione ha poi asportato i più cedevoli depositi vulcanici. In profondità, dal centro del vulcano si dirama una fitta rete di fratture e condotti che iniettano lava nelle soprastanti rocce sedimentarie. Molti filoni penetrano nei calcari della scogliera del Latemar e del Monte Agnello, arrivando in alcuni casi fino in superficie. Le rocce scure, infatti, si incontrano salendo lungo la scarpata ripida che ci conduce al rifugio. A seguito dell’orogenesi alpina, venendo sollevate in alto tutte queste formazioni ed essendo esposte all’azione degli agenti atmosferici, si attiva il processo di modellazione che, asportando più velocemente le rocce vulcaniche dei filoni, permette l’isolarsi di blocchi, prismi di calcari ladinici, che poi danno forma alle favolose e leggendarie guglie che donano particolare grazia e fascino alle parti sommitali del Latemar (come per esempio la famosa Torre di Pisa, la guglia poco lontana dall’omonimo rifugio).

Per poter meglio approfondire questi aspetti è assolutamente da visitare a Predazzo il Museo geologico e, poco a sud del Passo del Feudo, l’Itinerario geologico del Doss Capel.

Rifugio Torre di Pisa

località quota proprietà recapiti posti letto locale invernale
Cima Cavignon m 2676 privata

348 3645379

info@rifugiotorreipisa.it

www.rifugiotorredipisa.it

20 No

Apertura: stagione estiva

Nel Gruppo del Latemar è l’unico rifugio in quota che offre servizio di ristoro e alloggio nei mesi estivi. È stato eretto nel 1972 dalla famiglia Gabrielli di Predazzo e si trova in panoramica posizione sulla dorsale di Cima Cavignon.

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Sentiero 11 / Al Rifugio Monzoni “Torquato Taramelli”