CRESCERE AD OGNI COSTO?

Ogni anno Cipra organizza un convegno in una località alpina su temi di grandissimo interesse. Temi che hanno al centro l’analisi del sistema alpino e le prospettive economiche, sociali, ambientali. Al solito sono ripresi nei dibattiti successivi promossi da istituzioni e cittadini. Ricordiamo fra gli altri quello di Trento, nel 2000, Turismo nelle Alpi: Qualità economica – qualità ambientale. Mai come quest’anno però l’argomento del dibattito Crescere ad ogni costo? era particolarmente stimolante.
Attualissimo da un lato, il programma proponeva infatti riflessioni sulla durissima crisi del sistema economico mondiale; anticipatorio allo stesso tempo, per le proposte innovative, quasi rivoluzionarie dei nostri modi di intendere sviluppo e crescita.
Eravamo in duecento, provenienti da tutto l’arco alpino, impegnati in sessioni comuni e forum con esperti di turismo, di economia, di pianificazione, di ambiente.
Tutti alle prese con il tema della crescita, quel paradigma che a partire dal 1950 è diventato l’obiettivo primario della politica economica, e con il prodotto interno lordo, misuratore della ricchezza ma non del benessere. La crescita della produzione, delle merci, del traffico, della ricchezza, la crescita come mito della nostra epoca, come unico indicatore in grado di affermare la validità del modello di sviluppo intrapreso. A che costo? A quali condizioni? Con quali prospettive? Sono domande rese attualissime, da un lato dalla grave crisi economica e finanziaria, dall’altra dai problemi ecologici che investono l’intero pianeta, ad iniziare dai cambiamenti climatici.
Non c’è dubbio che le località e le regioni nelle Alpi si siano avvantaggiate della crescita convenzionale. Ma non c’è nemmeno alcun dubbio che spesso i risultati economici diretti della crescita siano sopravvalutati, mentre i costi (ad esempio per le infrastrutture) vengano sistematicamente sottovalutati, in particolare sull’arco alpino, dove i costi sono particolarmente gravosi. E che nel corso dell’ultima fase di crescita gli squilibri economici nell’arco alpino siano aumentati. Inoltre sono le Alpi nel loro complesso in quanto ecosistemi sensibili a essere vittime; le modifiche al clima sono avvertite prima e con maggior intensità; le risorse sono limitate, in particolare la risorsa territorio è un bene limitato, ben definito, e per questo molto più prezioso che altrove; la crescita quantitativa non tiene conto dei limiti di carico dell’ambiente. Il cambiamento ecologico comporta gravi conseguenze per l’economia e la vita sociale e culturale.
Si fa forte quindi, a livelli diversi, la convinzione che la crescita come unico parametro non possa garantire la stabilità economica, sociale e ambientale. Rimanere nei vecchi binari e puntare a una crescita all’infinito non ha futuro, né a livello economico, né ecologico. Si fa forza la parola che spaventa gli economisti classici, ma che nel convegno Cipra è risuonata più volte: decrescita.
Quali le strade per avviare una decrescita, che sia capace di coniugare aspettative di benessere, equilibrio ambientale, coesione sociale, sviluppo culturale?
Se in Bhutan il “Gross National Happiness” (Felicità interna lorda) ha sostituito il “Gross National Product” (Prodotto interno lordo) come indicatore del benessere del Paese, tale parametro non appare ancora siluppato in modo sistematico da noi. Sulle Alpi si sperimentano molte buone pratiche, nella convinzione che se l’obiettivo è comune, diversi sono i percorsi e le strategie per arrivarci. Così nel convegno si è discusso di case passive, della diffusione delle aree edificabili, di sviluppo territoriale, di cicli economici regionali, di creazione di valore, di qualità della vita e di Olimpiadi quale grande manifestazione sostenibile.
La convizione finale è che le piccole correzioni e modifiche della situazione esistente non bastano!
È necessario invece un nuovo orientamento, più profondo: una decrescita controllata nei Paesi industrializzati è indispensabile.

Claudio Bassetti
(Vicepresidente SAT)



Al termine delle giornate del Convegno, sono state presentate dieci tesi, punti su cui riflettere e dibattere anche attraverso singoli momenti di approfondimento.

1. Contro l’obbligo di crescita
La crescita economica obbligata rappresenta il nucleo della strategia di Lisbona dell’UE e su di essa continua a basarsi la politica regionale nelle Alpi. Essa prevede che il futuro delle zone di montagna venga garantito con l’ausilio di impulsi di crescita per i centri economici delle Alpi. Una tale politica economica e regionale, basata sul sempre maggiore consumo di risorse naturali e disposta ad accettare una continua distruzione del paesaggio, non contribuisce a risolvere la domanda del futuro ma è anzi parte del problema. Si richiede un fondamentale riorientamento della politica economica, che abbia come elementi centrali una riforma fiscale ecologica e una nuova politica per il clima.

2. Cicli economici regionali al posto dell’obbligo di crescita
Insieme alla politica economica, anche la politica regionale richiede un cambio di prospettiva che ponga al centro la promozione dei cicli economici regionali e che anteponga la qualità della sostenibilità alla mera quantità economica. Nel contesto regionale è più facile sostituire i servizi oggi quotabili a livello monetario con servizi non monetizzabili o di volontariato (ad esempio le borse di scambio a livello di assistenza a malati e anziani). Un’economia regionale consente di ridurre le distanze edi orientare la produzione in base al fabbisogno. In definitiva la riscoperta della regionalità può rafforzare contatti più stretti, amicizie e vicinati, facendo così arretrare il consumo materiale a favore dei rapporti umani e sociali. Una nuova politica economica e regionale della UE e dei Paesi alpini dovrebbe porre al centro il sostegno ai cicli economici regionali e forme economiche non monetarie.

3. Politica attiva dell’assetto territoriale invece della gestione del territorio
In molte regioni delle Alpi lo sviluppo del territorio è caratterizzato da una forte frammentazione insediativa e da un utilizzo poco efficiente e tutt’altro che ecologico. Nella migliore delle ipotesi, la moderna pianificazione territoriale si limita a coordinare e gestire le crescenti esigenze di territorio da parte di diversi gruppi di interessi. Per questa ragione è necessaria una politica attiva dell’assetto territoriale che intervenga e assicuri una gestione oculata degli spazi vitali ed economici nelle Alpi, peraltro sempre più scarsi. Questa deve prevedere una concentrazione coerente delle strutture insediative, la netta separazione fra zone edificabili e non, e l’arresto della costruzione di nuove infrastrutture ai fini turistici nel paesaggio aperto. Nell’ambito delle politiche territoriali alpine devono essere sviluppate visioni positive per regioni con economie decrescenti, che mettono al centro benessere e felicità. La riduzione di capacità sovradimensionate e la dismissione di infrastrutture non devono più essere un tabù.

4. Inversione di tendenza nel consumo di natura e paesaggio
Benché la natura e il paesaggio rappresentino la risorsa più scarsa, ma anche il capitale più importante delle regioni alpine, essi rischiano di essere fortemente compromessi dall’utilizzo turistico, viario, edile, agricolo e industriale del territorio. La biodiversità è in forte calo. L’attuale crisi finanziaria ed economica dev’essere l’occasione per un’inversione di tendenza, possibile solo con un’efficace sensibilizzazione della popolazione. È perciò necessario che i Paesi alpini e gli enti locali rafforzino sensibilmente le politiche a favore della protezione della natura e del paesaggio. Attraverso in coinvolgimento della popolazione vanno create e curate aree protette di grandi dimensioni collegate fra loro.

5. Decrescita invece di crescita nel consumo di energia fossile
Nonostante l’energia idroelettrica e il grande potenziale delle altre energie rinnovabili, quali il legno, il sole, il vento e la geotermia, l’economia e la società alpina sono essenzialmente basate sul sempre maggiore consumo di combustibili fossili. Invece di crescere, il nostro consumo di energia dovrà diminuire. Il riferimento al riguardo è la visione della «Società da 2000 Watt». Il riorientamento della politica energetica deve partire dall’efficienza energetica (con ad esempio l’applicazione sistematica dello standard di casa passiva per edifici nuovi e opere di risanamento) e dagli incentivi alle energie rinnovabili. Il riorientamento della politica energetica della UE e dei Paesi alpini deve avvenire salvaguardando il più possibile il paesaggio e gli ecosistemi sensibili delle Alpi. Edifici nuovi e ristrutturazioni devono corrispondere a standard ben precisi. Le centrali nucleari non sono un’opzione per il futuro.

6. Sostegno alla mobilità intelligente
Il traffico interno, con origine e destinazione nelle Alpi, quello turistico e quello di transito sono in forte aumento a livello alpino e così anche le note ripercussioni negative sulla qualità della vita e sul clima. L’urgente inversione di tendenza richiede un rincaro massiccio dei costi del trasporto su strada e un’incentivazione decisa del trasporto pubblico su rotaia e su strada. Si tratta di sperimentare e applicare diffusamente e al più presto nuove forme di mobilità sostenibile. Alla UE e ai Paesi alpini è richiesta una politica dei trasporti che dia priorità al trasporto pubblico. Il traffico di transito deve in larga misura avvenire su rotaia. La mobilità turistica e del tempo libero deve essere spostata su autobus o ferrovia. Dove necessarie saranno in circolazione automobili con motorizzazioni e sistemi di controllo alternativi.

7. Prodotti agricoli di qualità, cura del paesaggio e biodiversità
L’agricoltura di montagna e gli alpeggi mantengono anche in futuro una funzione importante per le Alpi, sia per la produzione di prodotti regionali di alta qualità che per la cura e la valorizzazione del paesaggio alpino. La UE, i Paesi alpini e le regioni devono mettere al centro della loro futura politica agraria il sostegno a un utilizzo ecologico ed equilibrato del territorio. In questo modo si rafforzano le filiere economiche regionali e si producono effetti importanti per il mantenimento della biodiversità nelle zone montane.

8. Turismo di qualità anziché di quantità
Il turismo alpino costantemente orientato alla crescita è basato su un utilizzo non sostenibile delle risorse. Al centro c’è il trasporto individuale motorizzato, lo sperpero dell’energia nella gestione delle case per vacanze e degli alberghi e la gestione spesso poco sensibile del paesaggio. Nella maggior parte dei casi la quantità è prioritaria rispetto alla qualità. Il riorientamento verso una sostenibilità - che non sia semplicemente un’etichetta di marketing - rappresenta oggi il compito prioritario nel settore del turismo, settore trainante in molte regioni alpine. A tale scopo sono indispensabili incentivazioni adeguate da parte della politica energetica, dei trasporti e dell’assetto territoriale, della politica dei cicli regionali e della tutela del paesaggio. La UE e i Paesi alpini devono integrare criteri di sostenibilità nelle politiche turistiche, introducendo incentivi per forme di turismo rispettose dell’ambiente, natura e paesaggio.

9. «Politica estera» attiva
L’appagamento, la sussistenza e la felicità nell’arco alpino dipendono fortemente dalla forte volontà e dalle azioni di ognuno di noi. Questo deve essere sostenuto da condizioni generali e politiche orientate al futuro a livello nazionale, europeo e globale. L’impegno per l’arco alpino deve perciò essere attivo e riguardare tutti questi livelli, ai fini di produrre cambiamenti orientati al futuro nei principali settori della politica: una vera e propria «politica estera alpina», ad esempio nei settori dei mercati finanziari, del commercio globale, dell’energia e del clima, dei trasporti, dell’agricoltura, della cooperazione allo sviluppo e dei diritti dell’uomo. Si chiede ai Paesi alpini di rafforzare le attività di partenariato tra le Alpi e altre regioni montane del nostro pianeta.

10. La Convenzione delle Alpi, un contributo alla “Global Governance“
Per favorire uno sviluppo sostenibile nelle Alpi, ormai quasi 20 anni fa i Paesi alpini e l’Unione europea hanno sottoscritto la Convenzione delle Alpi. Fino ad oggi, tuttavia, non è stato possibile fermare la distruzione delle risorse naturali nelle Alpi. Il contributo futuro delle Alpi a una “Global Governance“ è in mano ai Paesi alpini e alla UE. Spetta a loro trasformare la tigre di carta Convenzione delle Alpi in uno strumento operativo efficace. Si chiede alla UE e ai Paesi alpini di considerare finalmente la Convenzione delle Alpi come uno strumento per lo Sviluppo ecologico e sostenibile dell’arco alpino e di sviluppare e attuare piani d’azioni concreti.

Convegno Annuale della CIPRA 2009
Gamprin, Liechtenstein, 19.09.2009
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